Il Tirreno

Livorno

In fila per votare L’affluenza torna ai livelli anni ’90

di Mauro Zucchelli
In fila per votare L’affluenza torna ai livelli anni ’90

Dopo una lunghissima tendenza alla fuga dalle urne il referendum mobilita anche migliaia di astensionisti

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LIVORNO. Il quorum stavolta non significava niente eppure paradossalmente è difficile trovare una spinta così alta ad andare alle urne. L’avvisaglia che si sarebbe raggiunto il 73,4% di affluenza al voto poteva esserci già a mezzogiorno quando da Palazzo Civico è arrivata la segnalazione che avevano già partecipato al voto oltre il 24% dei livornesi. Non solo: alle 19 si era sfiorata quota 80mila, cioè il 63,2%. E alla fine in dieci seggi – uno su 17 – la percentuale dei votanti è volata sopra l’80%: con il record al seggio 165 (88,5%), zona La Rosa, lì dove votano gli abitanti di via Machiavelli-Lambruschini.

I livornesi sono tornati alle urne in modalità che nel voto per il sindaco o in quello referendario non si vedevano dalla metà degli anni ’90. L’unico standard raffrontabile è quello del voto per il Parlamento (con le ultime politiche, quelle dell’exploit M5s del 2013, che avevano visto al voto quasi l’80% degli elettori): e questo dice quanto si fosse caricata politicamente questa consultazione.

Può essere l'indizio che gli elettori non hanno affatto in odio l'istituto referendario in sé, come potrebbe lasciar supporre il fatto che negli ultimi vent'anni solo la consultazione sull'acqua pubblica aveva visto l'affluenza superare la soglia-simbolo del 50%.

Anzi, no: c'era stata un'altra eccezione, riguardava proprio il referendum costituzionale confermativo del 2006. Alle urne quasi due livornesi su tre: il dato a livello cittadino raggiunse il 65,1%. Con una punta al di sopra del 67% nell'allora circoscrizione 4, quella delle nuove periferie urbane con l'espansione in zona Leccia-Scopaia. E restando comunque al di sopra dei 60 punti anche nei quartieri del centro e della Venezia, raggruppati in quella che era la circoscrizione 2.

Sta di fatto che quando le alternative in campo sono forti l'elettorato è disposto a non tirarsi indietro e a fare la propria parte, magari anche soltanto con un voto "contro".

Il partito del non-voto invece cresce là dove i cittadini percepiscono che la scelta politica non c'è o è inutile. Basti pensare a quel che è accaduto con il progressivo afflosciarsi della partecipazione al voto: Livorno aveva fino a 20 anni fa per tradizione uno degli standard più alti di affluenza in tutta Italia. Alle amministrative non è mai andata sotto l'82% fino a vent'anni fa e nel voto per il Parlamento è rimasta al di sopra del 90% fino al '94. Poi c'è stata la rottura traumatica del rapporto fra “popolo di sinistra” e partito: a livello nazionale, con il dopo-Bolognina del Pci; su scala locale, con l'utilizzo dell'astensione per manifestare dissenso in un sistema bloccato quando nel 1999 il sindaco uscente Lamberti ottiene la ricandidatura e coglie un buon successo ma a prezzo di veder congelare nel non-voto la faida interna contro di lui (che si cristallizza nel boom dell'astensione: più 12% e spiccioli).

Più di vent'anni separano le elezioni politiche del '92 e quelle del 2013: l'affluenza dei livornesi alle urne è calata dal 90,3% al 79,8%. Cioè: di dieci punti e mezzo. Meno di un ventennio c'è fra il voto per il sindaco nel '95 e quello del 2014: si è scesi da una partecipazione dell'82,9% al 64,6%. Come dire: ben più di diciotto punti percentuali. Segno che l'antiberlusconismo ha contato parecchio nel tener a bada le difficoltà di mobilitazione dell'elettorato. E, detto per inciso, che forse c'è qualche problema nella costruzione del consenso quando si parla di governo locale. La riprova è l'andamento delle elezioni regionali dello scorso anno: in percentuale fanno registrare un buon risultato tanto il Pd che i Cinque Stelle. Ma solo perché 28mila elettori hanno deciso di sparire e rifugiarsi nell'astensione.

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