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Defibrillatori difettosi, parla un cardiopatico: «Da quando lo so vivo ascoltando i battiti del cuore»
La ditta produttrice, il colosso americano St. Jude, ha informato che anche in Italia ci sono pazienti - 1194 in Toscana - con un dispositivo “a orologeria”. Angelo Speranza: "Mi hanno detto che le pile potevano scaricarsi prima della scadenza».
FORTE DEI MARMI. «Non mi hanno chiamato. Mi hanno avvertito. È diverso: quando mi sono presentato alla visita di controllo, già programmata, mi hanno informato. Mi hanno detto che le pile del defibrillatore potevano scaricarsi prima della scadenza». Angelo Speranza ha 78 anni. E un defibrillatore (impiantato) con pile che si potrebbero esaurirsi in anticipo.
L’ha scoperto all’ultimo controllo. Poche parole dei medici. La ditta produttrice, il colosso americano St. Jude, ha informato che anche in Italia ci sono pazienti - 1194 in Toscana - con il defibrillatore “a orologeria”. Pile potenzialmente difettose. Nulla di grave: basta scoprirle e cambiarle. Facile a dirsi. Difficile conviverci. Anche se sul comodino, in camera da letto, hai un apparecchio che, la notte, monitora il funzionamento del dispositivo.
Da quanto tempo ha un defibrillatore impiantato?
«Da circa 6 anni. Il cardiologo mi suggerì di impiantarlo per risolvere il mio problema cardiaco. All’inizio è stato difficile superare l’aspetto psicologico: la sensazione di un apparecchio estraneo nel corpo. Poi dopo alcuni mesi, me ne sono dimenticato. E ho vissuto anni tranquilli. Ogni sei mesi il controllo per verificare che il defibrillatore funzionasse a dovere. Ma era come non avere nulla. Poi, di colpo, sono tornato indietro».
Cosa significa che, di colpo, è tornato indietro?
«Quando mi hanno detto del problema delle pile».
Vuol dire che oggi non vive più tranquillo?
«Voglio dire che il mio pensiero è costante al defibrillatore. Prima non ci pensavo. Oggi mi sorprendo a pensare che forse le pile si potrebbero scaricare prima del tempo. Da quando sono al corrente del problema, faccio attenzione ai battiti del cuore. Presto attenzione a riconoscere eventuali fibrillazioni. L’attenzione ce la devo mettere».
Prima non ce la metteva?
«Per tre anni, dopo l’impianto, è stato come se non avessi nulla addosso. Superati i primi mesi e l’impatto psicologico del corpo estraneo, non ho più pensato al defibrillatore. Ora l’aspetto psicologico è prevalente. Ti dici: potresti essere uno dei pazienti sfortunati. È vero che ci hanno dato la documentazione che dice che questi defibrillatori hanno causato problemi nello 0,21% dei casi. Che ci sono stati solo 2 decessi nel mondo e così via. Ma non si sa mai».
Da quando è stato avvertito vive meno tranquillo?
«Vorrei precisare che non sono stato avvertito. Nessuno mi ha chiamato. Mi hanno informato del problema alla solita visita di controllo: questo l’ho fatto notare all’Asl. Forse è segno che il problema non è così grave o che forse non c’era bisogno di convocarmi perché era già programmata la mia visita. Ma la cosa non mi è piaciuta molto. Anche se continuo a ripetermi che non succederà nulla».
Scusi, i medici che cosa le hanno detto?
«I medici mi hanno illustrato la situazione, assicurandomi che i casi di malfunzionamento erano pochissimi in tutto il mondo. Ma io sono rimasto sbigottito lo stesso. L’impatto è stato forte. Si deve anche tenere conto di chi non capisce al volo di che cosa si tratta. La gente si può spaventare».
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Oltre a illustrare l’anomalia, i medici vi avranno anche detto come rimediare. O no?
«Certo. Ci hanno prospettato le soluzioni. E ci hanno spiegato perfino come comportarci, in caso di malfunzionamento dell’apparecchio».
Come si accorgerebbe se il defibrillatore non funzionasse?
«Mi hanno fatto una prova in ambulatorio. Mi hanno fatto sentire come dovrebbe battere il mio cuore. Dovrebbe avere un battito accelerato. In quel caso, dovrei prendere l’auto e dirigermi al pronto soccorso a Massa, comunicare due numeri di cardiologia che mi hanno fornito: i medici incaricati sarebbero ad aspettarmi».
Non sarebbe il caso di farsi trasportare dall’ambulanza?
«No. Il problema è che io abito a Forte dei Marmi. E devo andare a Massa per la cardiologia. Il 118 mi porterebbe al pronto soccorso più vicino: quello dell’ospedale Versilia. Perciò se non fossi in grado di guidare, mi farei trasportare a pagamento da un’ambulanza a Massa. Mi sono già organizzato».
Ma se per caso non si accorgesse che il defibrillatore non funziona?
«I medici ci hanno tranquillizzato. E ci hanno detto che ci avrebbero dotati di un apparecchio, un trasmettitore (Merlin@Home) in grado di rilevare il funzionamento del defibrillatore. In pratica, questo trasmettitore monitora e in tempo reale trasmette le informazioni sull’apparecchio alla società St. Jude. Così l’azienda può intervenire in tempi rapidi».
Quindi le hanno dato questo apparecchio.
«Non subito. Li avevano finiti. Mi hanno richiamato dopo una settimana. Per fortuna in quei sette giorni non è successo nulla».
E dove lo tiene ?
«Mi hanno detto di metterlo sul comodino in camera e di dimenticarmene. Serve soprattutto per monitorare il defibrillatore la notte. Durante il giorno al cuore cerco di stare attento io».
Con tutte queste precauzioni, ora sarà più tranquillo.
«Fino a un certo punto. Ho chiesto che cosa succederebbe se volessi andare via per qualche giorno. I medici dicono che fino a 2-3 giorni mi posso anche allontanare da casa perché quando rientro l’apparecchio registra eventuali anomalie nel defibrillatore».
Ma il suo defibrillatore funziona?
«All’ultimo controllo sembrava di sì».
Però, ormai le sue pile saranno lo stesso a scadenza, se lo ha impiantato 6 anni fa.
«L’ho fatto presente anch’io. Mi hanno detto che ne riparleremo a marzo, al prossimo controllo. La società, infatti, sconsiglia di cambiarle in anticipo se funzionano».
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