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L’Aids in città non arretra: 31 nuovi casi nel 2016. I più colpiti sono i 40enni

di Giulio Corsi
L’Aids in città non arretra: 31 nuovi casi nel 2016. I più colpiti sono i 40enni

Livorno, i rapporti sessuali tra etero diventati prima causa di contagio: la guardia è stata abbassata e invece si continua a morire

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LIVORNO. Nei primi undici mesi dell’anno 31 nuovi casi di infezione da Hiv sono stati scoperti a Livorno. Il dato - in linea con quello degli ultimi vent’anni - ci conferma ai primi posti toscani di questa triste classifica, nella quale a lungo siamo stati addirittura in testa, attestandoci tra le 20 province italiane più colpite. Di Hiv si parla sempre meno, a parte il primo dicembre giornata mondiale dell’Aids, ma - come si vede dai numeri - il virus continua a persistere, a circolare e a uccidere: dal 1999 a Livorno i morti sono stati 177. Nove di questi nel 2016.

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«La circolazione del virus è rimasta stabile negli ultimi anni, per colpa del fatto che nei riguardi dell’infezione c’è meno considerazione - conferma Riccardo Pardelli, responsabile della sezione Aids del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Livorno diretto dal dottor Spartaco Sani -. Il problema è che molti sono convinti che di Aids non si muoia più e invece si muore ancora, seppur meno. E’ inaccettabile che nel 2016 si contino 31 nuovi casi da infezione».

NEL 90% IL CONTAGIO É SESSUALE. Se i numeri non scendono, cambia invece la popolazione contagiata: «Fino a metà degli anni Novanta i due terzi dei pazienti erano tossicodipendenti. Oggi il 90% del contagio avviene attraverso trasmissione sessuale, di questo il 60% per rapporti eterosessuali, il 30% omosex», sottolinea .

Cambiano anche l’età e l’estrazione sociale: un tempo i malati avevano 20 anni, oggi siamo saliti a 46. Si tratta di persone inserite nella società, padri di famiglia, professionisti, disoccupati e operai. «A 50 anni mica prenderò l’Aids, è il ragionamento che fanno molti - continua Pardelli -. Più il tempo passa, più uno pensa di essere immune, ma non è così».

L’IMPORTANZA DI FARSI IL TEST. «Negli anni l’attenzione e la sensibilizzazione sono scese - aggiunge Sani -. E invece i dati ci dicono che è fondamentale che chi percepisce la possibilità di un contagio o l’esistenza di un fattore di rischio nella propria storia, faccia il test. È anonimo, gratuito e non serve richiesta medica. In questo senso il ruolo dei medici di famiglia è molto importante».

«I dati - continua il direttore di malattie infettive - dicono che quasi il 30% dei 505 casi registrati dal 1999 si sono presentati come Aids conclamato, perché i pazienti o la struttura non avevano considerato correttamente i sintomi». Cioè a malattia ormai esplosa e in stadio avanzato.

«E invece i nuovi farmaci sono efficaci e sicuri e se presi all’inizio del contagio permettono di controllare la sieropositività e avere una buona qualità di vita», spiega Pardelli.

Non è un caso che su 12 nuovi casi di Aids nel 2016, 3 siano evoluti da Hiv, mentre gli altri 9 siano pazienti arrivati già in Aids conclamati.

«Oggi invece in Aids conclamato non dovrebbe arrivarci più nessuno - sottolinea Sani -. Quando abbiamo questi casi significa che il paziente è arrivato tardi oppure è stato gestito non correttamente dalla struttura».

PROSTITUTE NIGERIANE E TRANSEX BRASILIANI. Come dicevamo, il quadro in città vede il 90% di infezioni derivanti da rapporti sessuali, la maggiorparte tra etero. Il 75% sono maschi. Interessante notare che il 18% dei sieropositivi a Livorno è straniero. «Al primo posto c’è la Nigeria con 22 casi e a seguire il Brasile con 13 - spiega Pardelli -. In entrambe le situazioni le infezioni sono strettamente legate alla prostituzione, femminile nel caso delle donne nigeriane, maschile nel caso di transessuali brasiliani». Inutile ripetere l’importanza dell’uso del profilattico nel caso di rapporti sessuali a rischio e a pagamento.

MADRI SIEROPOSITIVE E FIGLI SANI. Nella tabella a fianco si nota che un caso, uno solo, si è registrato a Livorno di figli sieropositivi contagiati in grembo dalla madre. «Abbiamo scoperto 16 casi di sieropositività in gravidanza - sottolinea Pardelli -. Oggi una madre sieropositiva ha la possibilità di trasmettere il virus al figlio inferiore all’1%, grazie ad una serie di trattamenti sulla madre, sul parto e sul bambino. Per questo non sconsigliamo di partorire».

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