Il Tirreno

Livorno

Il direttore del Goldoni: "Un teatro aperto che va in giro per il mondo"

di Cristiana Grasso
Il direttore del Goldoni: "Un teatro aperto che va in giro per il mondo"

Intervista a Marco Leone sul futuro del palco più prestigioso della città:  rilancio senza sprechi per diventare il cuore della cultura

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LIVORNO. Sarà l’effetto del tavolo da ping pong formato scrivania che tiene in un angolo dell’ufficio dove trascorre una media di 14 ore al giorno e che gli serve per rilassarsi. Oppure saranno i 25 anni di teatro respirato, prodotto, insegnato, quel teatro che ti aiuta a gestire anima e corpo. Forse sarà la meditazione. Fatto sta che Marco Leone, direttore del Teatro Goldoni da oltre un anno, 50 anni mimetizzati in un volto da ragazzino ma orgogliosamente ostentati con la folta capigliatura grigia, è uno che non perde mai la calma. Magari si accalora, si appassiona quando parla di questa sua “sfida” («dirigere un teatro come il Goldoni è un privilegio e una sfida») dice. Magari è ostinato ed esigente con se stesso e con i suoi collaboratori così che quando spiega che la sua missione è «aprire questo teatro alla città, renderlo il cuore della vita culturale e artistica livornese» c’è da giurare che farà di tutto per segnare il gol. Ma l’equilibrio per Marco Leone viene prima di tutto. Non si arrabbia ecco.

Non si è arrabbiato nemmeno quando qualcuno ha pubblicamente affermato che lei era diventato direttore del Goldoni solo perché “amico del sindaco Nogarin”?

«No, perché sapevo che non era vero e sapevo anche che essere scelto per ricoprire un ruolo così importante si porta dietro inevitabilmente critiche, perplessità. Mi interessa il giudizio che verrà dato quando avrò svolto il mio lavoro, se mi sarà dato modo di portare avanti il progetto nella sua completezza. Nogarin lo conosco perché io sono livornese e qui ho fatto il liceo ma poi ho abitato a lungo a Rosignano e gran parte dei miei 25 anni di lavoro nel campo nel teatro si sono svolti proprio in questa zona, tra Castiglioncello e Castagneto. A Cecina ho fondato la scuola-compagnia Artinbanco. Nogarin seguiva il mio lavoro, in particolare un festival di richiamo internazionale, “Metodi”, che abbiamo organizzato facendo venire personaggi dell’Actor Studio, con esperti del metodo Strasberg, con i trainer di De Niro e Al Pacino».

Quando si è insediato in questo ufficio poco più di un anno fa ha dovuto fare i conti con i dieci anni della gestione del passato. A cui è seguito un anno con un direttore ad interim. Insomma altro che tavolino da ping pong, avrà avuto bisogno di un coach motivazionale per mantenere i nervi saldi...

«Ripeto, per me è stata e sarà una sfida. Non ho bisogno di coach perché questo è il mio mondo. Ed è questa la grande novità. Aver nominato direttore generale di un teatro una persona che si occupa di teatro. Il teatro è stato il mio mestiere per 25 anni e non l’ho svolto solo in Italia, so di cosa si parla».

Discontinuità rispetto alla gestione precedente, quella decennale di Marco Bertini per intenderci. Quali sono le novità? E quali sono state le difficoltà?

«Io ho idee diverse da chi mi ha preceduto. Certo è difficile rimettere in moto una macchina che era stata gestita in un certo modo, secondo legittime convinzioni per carità . Il teatro è sempre stato poco aperto verso la città, direi isolato, a volte proprio chiuso in senso letterale perché era un modo per far quadrare il bilancio, non aprire per non spendere. E poi non si faceva rete con l’esterno. La prima cosa che ho voluto fare è stato rompere questo isolamento in tutti i sensi. Intanto sto lavorando perché il teatro sia aperto, nel senso delle porte aperte, tutti i giorni. Anche se ha un costo. E poi stiamo cambiando la percezione che la città ha del Goldoni, la Fondazone è presente in tanti eventi, è il braccio operativo per gestire le attività culturali in città. Collabora con altre realtà teatrali, il Teatro delle Commedie per esempio, che anche grazie al nostro impegno e a quello del Comune ha ottenuto il riconoscmento di residenza artistica e dei fianziamenti».

Come ha detto tenere un teatro aperto costa. Come fate a fare tornare i conti? Nel bilancio 2015, che si aggira sui 3 milioni e mezzo di euro, risultano anche oltre 6000 euro di utili.

«Due anni da quando si è insediata la nuova giunta comunale è anche iniziata l’operazione di razionalizzazione delle spese. Ad oggi siamo riusciti ad internalizzare gran parte delle attività. Gli elettricicisti, la biglietteria, l’organizzazione della stagione e questo è il primo anno che finalmente il cartellone è stato messo su dalla struttura interna. Poi abbiamo cambiato i contratti ai tecnici, li abbiamo stagionalizzati, loro sono più stabili e noi risparmiamo. Abbiamo effettuato una sostituzione delle lampadine e andiamo a risparmiare in un anno sui 10 mila euro»

Ma non bastano le lampadine a coprire i costi di progetti ambiziosi come i suoi, un teatro sempre aperto alla città e sempre presente nella vita culturale...

«Certo che no. Un punto fondamentale è la progettazione. Un ufficio che sto formando e creando per intercettare i tanti bandi attraverso progetti competitivi. Un’attività fondamentale, sempre sottovalutata. I bandi vanno anticipati, non è che si può aspettare che escano e farsi trovare impreparati. .È un mestiere che va svolto tutto l’anno. E poi le cooproduzioni, i rapporti con gli altri teatri nazionali e stranieri. Perché prima di tutto cooprodurre costa meno che prodursi qualcosa da soli e poi così gli spettacoli hanno una vita propria, non muoiono lì, dopo una o due messe in scena. Per esempio “Cavalleria” di Alessio Pizzech nel 2017 andrà in Giappone, abbiamo avviato una cooperazione con un teatro di Osaka mentre faremo Iris in gemellaggio con la Corea del Sud. In Italia abbiamo stretto un rapporto di collaborazione con la Pergola di Firenze, noi lo riconosciamo soggetto produttore e inseriamo due spettacoli in cartellone e la Pergola riconosce Goldoni come altro soggetto produttore. Perché a Livorno facciamo tanto teatro ma siamo autoreferenziali, non riusciamo ad uscire dai confini cittadini. E io voglio superare questa barriera».

Quando ha deciso che il teatro era la sua vocazione?

«A dire la verità la mia passione era il cinema. A Castiglioncello erano anni d’oro per io cinema. Mastroianni, D’Amico, Panelli, Monicelli. E ho fatto il Dams. Ma ci tengo a dire che prima ho fatto tre anni di Giurisprudenza perché i miei non vedevano futuro in questo campo. Invece eccomi qui. E voglio testimoniare che si può fare. Ogni volta che si apre un sipario, che appare un artista è la dimostrazione che quello del teatro, del cinema, dell’arte è un mestiere e può dare da vivere. La cultura è il patrimonio dell’Italia, non investire in cultura è come se Abu Dhabi non puntasse sul petrolio. Cultura e economia vanno a braccetto».

E il pubblico? Cosa cambierà ed è cambiato per il pubblico?

«Parlando anche solo del cartellone c’è un filo conduttorere, una riflessione sulla contemporaneità. Abbiamo certo classici come Lavia e Scaparro ma anche eccellenze del teatro di ricerca come Emma Dante. E poi spettacoli come il Flauto Magico che sono anche il risultato di una concertazione con le scuole . Insomma io spero che si avverta che dietro tutto questo c’è un progetto e soprattutto la voglia di aprirsi e crescere insieme».

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