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Meningite C, Marta ce l'ha fatta: «Ho passato giorni da incubo, vaccinatevi»
La ragazza di Cecina ricoverata nei giorni scorsi è guarita. «Credevo di essere protetta e non ho fatto altro che pensare a mia figlia»
LIVORNO. «Ho avuto paura. Tanta paura. Non quando mi sono sentita male. Ho pochi ricordi di quei momenti. La paura mi ha preso quando mi sono vista nel letto attaccata alle macchine. Erano così tante. Lì ho pensato che dovevo fare di tutto per farcela. Volevo tornare a casa. Non perché ho 20 anni, ma perché sono mamma: ho una bambina».
Marta Elianna Samora De La Cruz, studentessa a Cecina all'istituto Marconi, indossa la tenuta da camera. È in fase di dimissioni, ma non ha ancora lasciato l’ospedale di Livorno. Ormai è questione di minuti, dopo dieci giorni di ricovero, in rianimazione e malattie infettive. La meningite sconfitta. Il sorriso recuperato. La grinta per diventare hostess anche. Insieme alla voglia di strigliare gli amici: «Appena arrivo a casa li chiamo tutti: si devono vaccinare. L’esperienza che ho avuto io è terribile».
Marta lei è arrivata in ospedale per una sepsi meningococcica: un’infezione del sangue che ha rischiato di danneggiarle seriamente cuore e reni. Ma non era vaccinata?
«No».
Perché non si è vaccinata? Sa che i ragazzi fra gli 11 e i 20 anni sono considerati i pazienti a maggior rischio di contagio da meningite?
«Non mi sono vaccinata perché ero convinta di essere già vaccinata contro la meningite. Quando sono arrivata in Italia dalla Repubblica Dominicana circa 7 anni fa, sono stata sottoposta a molte vaccinazioni ed ero convinta di avere anche quella contro il meningococco C».
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Ma in ospedale le hanno detto che non era protetta contro la meningite.
«Infatti. Quando sono arrivata in ospedale, a Cecina, io ho detto al pronto soccorso di essere vaccinata o almeno di pensare di avere fatto anche quel vaccino. È stata mia madre a dirmi che non era così».
Lei, però, ha anche una bambina.
«Infatti, mia figlia, nata in Italia, è vaccinata contro la meningite. Mentre io non ho fatto il vaccino perché credevo di averlo già ricevuto».
Quindi la sua non è stata una scelta di non vaccinarsi?
«Affatto. E dopo quello che ho passato, sono ancora più sicura dell'importanza della vaccinazione».
Si ricorda di quando si è sentita male?
«Ho pochi ricordi della sera in cui mi sono sentita male. Era domenica 13 novembre. Con un gruppo di amici eravamo in un ristorante a festeggiare un compleanno. Ho avuto un malore e i miei amici mi hanno accompagnato a casa. Ma non mi ricordo neppure di quando sono entrata in casa».
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E che cosa è accaduto dopo il malore?
«Il lunedì mi sono svegliata a casa mia con un forte mal di testa, male alle mani. Non riuscivo a muovermi. Una sensazione terribile. Per tutto il giorno mia madre e i miei amici mi hanno chiamato, ma non riuscivo neppure a rispondere al telefono, da quanto mi facevano male le mani. A un certo punto, sono venuti a casa mia grazie a un’amica che ha le chiavi. Mi hanno misurato la febbre: l’avevo a 40. E hanno insistito per portarmi in ospedale, anche se io non volevo. Continuavo a dire: “Domani starò meglio, sarà tutto passato”».
Invece l'hanno portata al pronto soccorso a Cecina.
«Per fortuna, visti anche i precedenti».
Quali precedenti?
«Da alcune settimane non stavo bene. Avevo iniziato ad avvertire dolori forti alle gambe. Una sera, addirittura, ero sola in casa e dovevo andare in bagno, ma non riuscivo a muovere un passo. Mi sono stesa sul letto, pensando che passasse. Invece il dolore è peggiorato. Il giorno dopo sono stata meglio e non ci ho più pensato, ma una settimana dopo mi sono gonfiate le ginocchia. Mia madre ha insistito perché mi facessi controllare, ma non l’ho fatto».
Poi la situazione è precipitata.
«Esatto. La domenica del compleanno. Il lunedì non riuscivo proprio a muovermi. E quando sono arrivata al pronto soccorso mi ricordo solo la puntura alla schiena (per il prelievo del “liquor”, il liquido spinale da analizzare per vedere se è in corso la meningite, ndr). Poi è tutto confuso».
Fino a quando non si è vista attaccata alle macchine.
«Fino a quando non mi sono vista attaccata a quelle macchine. È stato brutto, bruttissimo vedere con i miei occhi in quali condizioni fossi».
Se avesse saputo di non essere vaccinata, considerando la situazione di contagi da meningite che c’è oggi in Toscana, si sarebbe fatta il vaccino?
«Certo che mi sarei vaccinata, proprio sapendo quello che sta succedendo».
Dopo questa esperienza, a lieto fine, che cosa diresti ai ragazzi della tua età?
«Direi di andarsi a vaccinare immediatamente, senza pensarci due volte. Passare attraverso la meningite, peggio ancora dalla sepsi, non è una bella cosa per niente. Perciò invito i ragazzi a non fare i testardi, perché noi giovani siamo testardi parecchio se vogliamo».
Ma se i ragazzi le chiedessero una motivazione per vaccinarsi, lei quale darebbe?
«Perché è la cosa migliore da fare. È l'unico modo che abbiamo per proteggerci da una malattia come la meningite. Ed è anche il modo per evitare tante sofferenze alle persone che amiamo, a cominciare dai nostri genitori. Uno dei ricordi che ho è mia madre preoccupata nei giorni in cui ero in condizioni critiche».
La raccomandazione, quindi, è rivolta anche ai suoi amici. A proposito sono vaccinati?
«Nessuno di loro lo è. Almeno di quelli che erano a cena la domenica sera, a quanto mi risulta. Purtroppo. Infatti, appena hanno saputo quale fosse la malattia che mi ha portato in ospedale, sono corsi tutti ai ripari con la profilassi: hanno preso la pasticca (la cura antibiotica, ndr). Ma mi risulta che ancora non si siano vaccinati. Perciò appena tornerò a casa, li chiamerò e li inviterò a provvedere».
Quanta paura ha avuto quanto si è ritrovata in ospedale?
«Tanta e non solo perché ho 20 anni e ho una vita da vivere. Ma soprattutto perché, anche se sono giovane, sono mamma e volevo tornare a casa dalla mia bambina. È stata lei il mio pensiero fisso».
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