Sicurezza
«Truffa al centro estetico», indagine bis: cinque a processo
Livorno, «Spariti 100mila euro». In aula citate dal Tribunale quarantasette parti offese. A distanza di quattro anni dalla prima archiviazione si apre il dibattimento
LIVORNO. La presunta «truffa sulla bellezza» arriva a processo. A distanza di oltre quattro anni dalle prime denunce dei clienti raggirati dopo la chiusura dei centri benessere di via Roma 61 e via Crispi, è infatti iniziato il dibattimento in Tribunale che riguarda la sottoscrizione di finanziamenti e contratti avvenuti anche poco prima che i due saloni di bellezza chiudessero, per un danno complessivo - secondo le vittime - di circa 100 mila euro.
Cinque gli imputati: Maria Elisabetta Aru, 42 anni, Giuseppa Capitta, 67, Valeria Bernini, 46, e Linda Bicchierini, 36. Che risultano essere le quattro socie della Peal srl società proprietaria dei centri estetici messa in liquidazione nella primavera del 2012. Oltre a loro è imputato anche Samuele Mariotti, 40 anni, residente a Prato, che nell’ultima assemblea della società era stato nominato come amministratore e liquidatore.
Per tutti l’accusa del pubblico ministero Antonella Tenerani è quella di truffa in concorso. Quarantasette, invece, le parti offese citate dal Tribunale che chiederanno nella prossima udienza di costituirsi parte civile nel procedimento e pronte - dicono - a raccontare al giudice il sistema messo in piedi dagli imputati per far sparire il denaro.
Il filone arrivato ora in aula trae origine da una delle quattro querele presentate da un centinaio di clienti del centro estetico e di dimagrimento tra il maggio e il giugno 2012. Due (in quei casi l’ipotesi era anche quella di falso) sono state archiviate da altrettanti giudici in udienza preliminare, mentre per questo e un altro procedimento è arrivato il rinvio a giudizio.
Eppure che qualcosa non andasse nella gestione dei saloni, alcune delle clienti se ne erano accorte a partire dalla fine del 2011. «Prenotare un massaggio - racconta una di loro - era diventata un’impresa. Gli appuntamenti venivano fissati anche a un mese di distanza e quindi consumare i gettoni era impossibile e con la chiusura di un centro è andata anche peggio».
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Ma nonostante questo, come si capisce parlando con le clienti raggirate e leggendo le querele, molte di esse raccolte dall’avvocata Angela Galli, i proprietari hanno continuato a far sottoscrivere contratti: si pagava, spesso attraverso finanziamenti, e i proprietari davano in cambio dei gettoni con i quali si poteva accedere ai trattamenti.
Così è accaduto alla signora Mariella. «Abbiamo pattuito un contratto di diciotto mesi - racconta la donna - per usufruire di trattamenti e servizi estetici». A livello economico il contratto prevedeva il pagamento, tramite bollettino postale, di diciotto rate mensili da 57 euro. Per quello che dice di aver capito la signora, prima della sottoscrizione del contratto, nessuna delle persone con le quali avrebbe preso accordi le avrebbe mai parlato di firmare un finanziamento che la impegnasse. Invece, un mese dopo la firma, ecco arrivarle a casa un plico a mezzo posta prioritaria con il timbro di Fiditalia spa. «Dentro alla busta - ricorda - c’erano diciotto bollettini postali da 58,28 euro ciascuno con la prima rata a partire dal 15 gennaio dell’anno successivo». A questo punto, e qui forse sta l’errore della signora, invece di tornare al centro estetico con tutto il plico e chiedere spiegazioni, ha iniziato a pagare le prime rate.
«Ho versato tre mensilità - conferma anche nella querela depositata in Procura - relative ai mesi di gennaio, febbraio e marzo». Dopo aver pagato in tutto circa 170 euro la donna si è fermata. «Il centro estetico - ricorda - ha iniziato a non dare più gli appuntamenti e successivamente ha chiuso senza preavviso». Del clima che si respirava nelle stanze parla un’altra donna. «Ognuna delle quattro socie aveva un suo ruolo preciso: chi proponeva i contratti, chi si occupava della contabilità e chi faceva solo presenza, mentre madre e figlia avevano un atteggiamento supponente che ricordava quello di Vanna Marchi».
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