Il Tirreno

Livorno

Al nero per 5 anni, la badante fa causa e viene risarcita

di Lara Loreti
Gli avvocato Monica Pacetta e Riccardo Finocchi
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Gli avvocato Monica Pacetta e Riccardo Finocchi

Livorno, una settantenne assisteva due anziani per 19 ore al giorno. Pagata 500 euro al mese, si è rivolta al giudice del lavoro

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LIVORNO. Per arrivare alla sentenza tanto agognata ci sono voluti sette anni e quattro perizie calligrafiche sulla firma, poi risultata falsa, apposta in una quietanza: la Corte di appello di Firenze della sezione lavoro ha riconosciuto a una badante il diritto a essere pagata per il lavoro al nero da lei svolto per anni. Ed è così che una livornese settantenne è stata risarcita: la cifra di 60mila euro è scesa a 50mila dopo una transazione con la controparte all’ufficio del lavoro. Una sentenza, redatta dal collegio fiorentino formato da Fausto Nisticò, Vincenzo Nuvoli e Roberta Santoni Rugiu, arrivata grazie alla lotta innescata dalla donna e dalla sua famiglia, assistite dagli avvocati Monica Pacetta e Riccardo Finockkì.

Facciamo un passo indietro a dieci anni fa. La badante livornese ha lavorato per 5 anni, dal 2001 al 2006, in una famiglia nella zona di via Provinciale Pisana.

La donna, in quel periodo, lavora a casa di un’anziana coppia dalle 14.30 alle 9 del giorno dopo, dormendo con i coniugi. Tutti i giorni, e con un compenso molto basso: 500 euro al mese. Quando gli anziani, uno dopo l’altro, vengono a mancare, la donna prende in mano la situazione e chiede ai figli della coppia il conto per i 5 anni di lavoro, sotto forma di liquidazione. Ma i due figli respingono la richiesta. Nasce una discussione che finisce in tribunale: lei a quel punto, si rivolge agli avvocati Pacetta-Finockkì e intenta una causa di lavoro, chiedendo 65mila euro.

La controparte, però, non ci sta e presenta una quietanza in cui c’è scritto che la badante accetta 4mila euro di liquidazione, senza pretendere altro. Con tanto di firma, che tuttavia viene disconosciuta dalla settantenne. Il perito nominato del giudice del lavoro, nella sua analisi, definisce autentica la firma della donna. Di parere opposto è l’esperto ingaggiato da Finockkì e Pacetta.

Il giudice allora nomina un nuovo tecnico, che definisce la firma “apocrifa”, quindi non valida. Ma la badante non può ancora cantare vittoria perché subentrano delle complicazioni. La giudice del lavoro che ha seguito il fatto, Jacqueline Magi, viene trasferita e sostituita dalla collega Silvia Barison, che è di parere diverso: ritiene superflua la seconda perizia e dà ragione ai figli degli anziani defunti.

Ecco allora che i legali della badante presentano appello a Firenze. Il giudice della Corte di appello, sezione lavoro, richiede una nuova perizia. In 50 pagine di analisi, il tecnico dà ragione alla badante: «Quella firma non è sua». Anche le testimonianze volgono a favore della settantenne. Lo spiega l’avvocato Finockkì: «Appurata la non autenticità della firma, abbiamo chiamato diverse persone che hanno testimoniato che la mia cliente lavorava tutto il pomeriggio in quella casa, dormendovi, e andando via solo qualche ora la mattina. E così alla fine la Corte ha accordato il risarcimento di 60mila euro». Un riconoscimento importante: «Questo è un esempio di grande rilievo, che vale come segnale per tutti coloro che lavorano a nero - riflette Finockkì - Il sistema di giustizia offre sempre l’occasione di tutela per il cittadino».

 

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