Il Tirreno

Livorno

Un libro per scoprire la Livorno che fu con gli occhi dell’800

Un libro per scoprire la Livorno che fu con gli occhi dell’800

In vendita con Il Tirreno un volumetto di un secolo e mezzo fa che ci porta dentro l’identikit della città com’era allora

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LIVORNO. Non potrebbe essere più ottocentesco il titolo originale del volume edito da Ab Edizioni in vendita in edicola da oggi con Il Tirreno: “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni” dato alle stampe dalla tipografia di Giulio Sardi nel 1856, nel bel mezzo del trapasso fra la plurisecolare era granducale e l'unificazione della penisola sotto la regia dei Savoia. Inutile dire che oggi non poteva che essere reintitolato: dunque, ecco “Livorno com'era”.

Ma quel “com'era” non si riferisce solo all'identikit della città alla metà dell'Ottocento ma ha a che fare anche con lo sguardo di quel tempo, con il modo di raccontare la città allora. Tradotto: è la città di allora raccontata non con gli occhi e il linguaggio di oggi bensì con quelli di quel tempo. Perciò forse viene richiesto al lettore di fare lo sforzo di immedesimarsi in quelle situazioni e in quella mentalità, ma l'affresco che ne salta fuori è più genuino e autentico.

Dietro le quinte si intravede il clima di quel periodo, e segnatamente la penna di Angelica Palli, figura di donna controcorrente e decisamente al di fuori degli schemi: non sarà nota come Jesse White Mario o come Anita Garibaldi, eppure senza raffigurarla come una Giovanna d'Arco varrebbe la pena per noi livornesi rimetterla nella carreggiata della nostra memoria. Senza eroismi né retorica, ma la sua è stata una sfida costante alle convenzioni sociali: padre epirota e madre lacedemone con radici nel commercio targato Livorno, in casa respira fin da bambina aria di patriottismo per l'indipendenza della Grecia, terra d'origine. E' solo il primo atto: per poter sposare il rampollo giovanissimo di un casato di mercanti illustri come i Bartolommei, lei che era 13 anni più vecchia e perfino ortodossa, cosa combina? Fugge col suo uomo. Di più: come baby patriota greca, si impegna nei circuiti dei letterati democratici fino a esibirsi in un reading di poesie nel giro di Viesseux a Palazzo Buondelmonti: era una ragazzina appena più che ventenne e in quel salotto vigeva un certo ostracismo contro le donne.

Sarà poi lei a Livorno a dar vita a un salotto in cui si mescolano cultura, letteratura e politica: in prima fila l'amicizia con il leader democratico Francesco Domenico Guerrazzi ma anche il feeling con intellettuali della cerchia di Giuseppe Giusti e Carlo Bini. Lo frequentava - tanto per dire chi bazzicava Livorno in passato - anche l'archeologo Jean François Champollion, il padre dell'egittologia grazie alla decifrazione della stele di Rosetta. Sarà poi la sua famiglia a dar fondo al patrimonio accumulato nelle generazioni precedenti dalla dynasty per armare un battaglione di volontari nella guerra del 1848: marito e figli in battaglia, lei a fare un po' la Oriana Fallaci corrispondente di guerra e un po' la "crocerossina" ante litteram.

Il libro non è una guida turistica in senso stretto ma offre squarci impensati. Come quando, per descrivere la futura piazza della Repubblica, allora appena nata e chiamata piazza dei Granduchi, ricorda che da lì si vedevano in fondo a via Grande i velieri del porto. Con una sottolineatura: la piazza «è priva del pregio della regolarità e un marciapiede circolare fa prova inutile di mascherare questo difetto». Di via San Giovanni si dice che è stato «antico nido di predilezione della febbre gialle, del tifo, del chòlera e di tutti quanti i malanni che hanno visitato Livorno». Al contrario, San Marco era «il più bel quartiere di Livorno vecchio, la dimora di predilezione dei livornesi ricchi». Quanto alla vicina via Borra, viene specificato che l'origine del nome deriva da quello di un governatore benemerito della città: il libro si premura di precisare che non c'entra nulla la fredda tramontana che prende d'infilata la strada e che in altre città pare si chiami borra.

Sotto i riflettori anche i Quattro Mori e il tentativo nel 1799 dei repubblicani francesi di far fuori un monumento che celebrava la schiavitù di quattro africani ai piedi di un tiranno: fortuna volle – si ribadisce nel volumetto – che alla guida delle truppe transalpine fosse il generale Miollis, «ammiratore appassionato delle belle arti». Nel libro si racconta abbia escogitato un trucco per salvare il monumento-simbolo della nostra città: promise che avrebbe messo al posto del granduca una statua della Virtù dunque i quattro pirati moreschi non erano altro che l'allegoria dei «vizj capitali incatenati ai piedi di lei».

Mauro Zucchelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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