Il dolore
Patrigno e mamma a processo
Giudicati dalla Corte d’Assise per le botte alla piccola Samantha, morta nella capanna di Calambrone
CALAMBRONE. Lui, il patrigno, considerato l’autore materiale di quelle vessazioni fisiche ripetute nel tempo concluse con la morte per stenti di uno scricciolo di 3 anni. Lei, la mamma, si era descritta tra le lacrime agli inquirenti come succube di quel compagno violento, vedeva e non proteggeva la sua bambina.
Corte d’Assise. Per la morte di Samantha, avvenuta in un tugurio sul viale del Tirreno a Calambrone, il sostituto procuratore di Pisa, Giancarlo Dominijanni ha disposto il giudizio immediato per il patrigno, Tonino Krstic, 31 anni, serbo con precedenti per lesioni quando abitava a Pontedera, e la mamma, Juana Francisca De Olmo, 30 anni, dominicana, madre di un altro ragazzo avuto con un pizzaiolo di Rapallo e di un figlio concepito con quello che per l’accusa è l’assassino di sua figlia. Una storia di assenze e disprezzo per i più deboli che ha commosso persino gli inquirenti più scafati.
Tocca ora al gup Giuseppe Laghezza fissare la data del processo con reati da Corte d’Assise (due giudici togati e sei popolari). Ma c’è una ma. Se i due imputati decidessero di ricorrere al rito abbreviato, il giudizio verrebbe definito davanti al gup in camera di consiglio e solo sulla base degli atti. Niente processo pubblico e riduzione di un terzo della pena in caso di condanna.
Ruoli e responsabilità. Le posizioni dei due imputati sono diverse. Krstic è accusato di maltrattamenti in famiglia aggravati dall’aver provocato la morte della piccina (reato per il quale la pena oscilla dai 12 ai 24 anni) e anche di aver picchiato la sua convivente.
A Juana viene contestato di aver visto e taciuto. Un reato di omissione, sempre riferito ai maltrattamenti, secondo il principio secondo il quale non evitare un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo.
La donna, che dopo la morte di Samantha è tornata a Rapallo dal marito lasciato per Tonino, dovrà difendersi da un’accusa che per una madre è già una condanna.
La sua bimba era il bersaglio quotidiano delle angherie del compagno e lei, tra l’impotenza e la debolezza di un rapporto malato, lasciava correre. O se cercava di opporsi lo faceva con una forza sovrastata dalla prepotenza di un uomo da cui era scappata, anche con l’aiuto dei carabinieri, ma dal quale era anche tornata di sua spontanea volontà.
Quando lui alzava la piccina per i capelli, arrivando a strapparle ciuffi interi, il “rimedio” della mamma era quello di rasare la piccola. Un intervento sull’effetto e non sulla causa di una delle tante bestialità certificate anche dall’autopsia del professor Alessandro Bassi Luciani.
Segni sul corpicino, quelli delle botte più recenti. E poi il supplizio delle lesioni alla testa. Un calvario prolungato nel tempo concluso con il cuoricino di Samantha che si è fermato per sempre sul pavimento di una baracca lurida il pomeriggio del 27 aprile.
Convocata in Procura per essere interrogata, la mamma ha scelto di restare in silenzio.
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