Il Tirreno

Livorno

L’ultimo sì di Stefano: il matrimonio, poi l’addio

di Lara Loreti
Stefano Patronici e Scilla Saettini il giorno del sì. A sinistra, i funerali con i volontari di Svs
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Stefano Patronici e Scilla Saettini il giorno del sì. A sinistra, i funerali con i volontari di Svs

Livorno, s’è spento a 53 anni volontario della Svs: lavorava in un negozio del centro Malato da 2 anni, si era sposato a ottobre. La moglie: «Mi ha insegnato a vivere»

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LIVORNO. Stefano ha scelto l’amore. Fregandosene della malattia, che giorno dopo giorno prendeva il sopravvento sul suo corpo. Non sulla sua anima. E col sorriso, ha preso per mano la sua Scilla e ha detto sì, giurandole eterna fedeltà, al di là di tutto. “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte ingenerò la sorte”: in versi, Leopardi, meglio di ogni altro poeta esprime l’alleanza tra destino e sentimento, a braccetto in un cammino di coraggio. È quello che è successo a Stefano Petronici, scomparso martedì 8 novembre a 53 anni, dopo una malattia durata quasi due. Storico volontario della Svs e noto commesso nel Centro ortopedico livornese di via Roma, Petronici il 3 ottobre ha sposato la donna che ha amato per 11 anni, Scilla Saettini, astrologa, e come lui animata da fede buddhista.

La malattia. Tutto è iniziato nel dicembre 2014, quando Petronici ha scoperto di avere un brutto male. «Ma lui ha sempre detto a tutti “Io sto bene” - racconta Scilla - “Vittoria” era la sua parola d’ordine e non si è arreso mai, neanche quando gli hanno detto che avrebbe smesso di parlare e di mangiare. Lui ha sempre creduto nella potenza della vita. E infatti ha ripreso sia a deglutire sia a parlare, anche dopo un delicato intervento maxillofacciale subìto nel febbraio scorso. La malattia l’ha affrontata, come suggerisce il buddhismo, come un percorso di gioia». Intriso di fede e circondato dall’affetto dei suoi cari, Petronici percepiva la morte come inizio della prossima vita. E ha trovato la forza di lavorare fino alla scorsa estate, senza rinunce. «È stato molto male solo negli ultimi giorni, quando il dolore fisico lo ha debilitato - racconta la moglie - Ma per il resto, ha lottato come un leone».

L’amore. Stefano e Scilla si erano conosciuti nel 2005: una bellissima storia d’amore partita subito a razzo. «Tra noi si è stabilita immediatamente una forte empatia - racconta Scilla - Sin dal primo momento, mi è sembrato di conoscerlo da sempre. E abbiamo deciso di sposarci solo dopo tanti anni perché eravamo entrambi spiriti liberi. Poi, è nata l'idea, comune, di dirci sì: lui ci teneva molto, sentiva che poteva succedergli qualcosa, e anche io l'ho voluto tanto. Abbiamo così vissuto un giorno bellissimo, pieno di gioia e di affetto. Stefano mi ha lasciato la forza del suo sorriso, il buon umore, l’ironia: mi ha insegnato a vivere. Amarlo è stato naturale».

L’hobby. Petronici aveva una grande passione: la fotografia. E desiderava molto fare una mostra per condividere con gli altri le sue emozioni in scatti. Ora la moglie vorrebbe realizzare il sogno del marito, organizzando un'esposizione con i suoi lavori più belli e significativi: «Aveva un talento incredibile - racconta - Riusciva a cogliere l’essenza delle cose e delle persone. Adorava ritrarre la natura, il mare in primis, ma nei dettagli: un’onda, un’increspatura. E faceva dei ritratti fotografici anche alle persone, di cui immortalava una smorfia, unìespressione, un particolare. Ho foto mie fatte da lui stupende: nessuno mi ha mai catturato così».

Il volontariato. Mercoledì 9 novembre pomeriggio s’è svolto l’ultimo saluto a Stefano: il corteo, organizzato dagli amici del servizio funebre della Svs, è partito dalla sua casa, in via degli Scarronzoni, fino al cimitero dei Lupi, dove è avvenuta la cremazione. Erano presenti in tanti: parenti, amici e volontari della associazione di via San Giovanni, dove Petronici aveva trascorso tanti anni, iniziando negli anni Ottanta ad Ardenza. «Era una persona molto umana, che andava d’accordo con tutti - dice uno dei suoi migliori amici, volontario della Svs - Una settimana fa l’avevo accompagnato a Pisa per una visita di controllo: era molto dolorante, ma mai avrei pensato a un epilogo così rapido. Si faceva voler bene. E io gliene volevo molto».

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