Gioco
Crac "Hoasy", silenzio dei tre imprenditori indagati in aula
Livorno, gli imprenditori si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, negozi affidati a un amministratore per tutelare creditori e dipendenti
LIVORNO. I tre principali indagati nell’inchiesta sul crac di “Hoasy” e “Succo di lana lab” si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al giudice. Uno dopo l’altro, Enzo Bargagna, 70 anni (e non 66 come scritto nell’edizione di venerdì scorso), la moglie Patrizia Picchi, 65, e Gerardo Angioli, 59, hanno preferito rimanere in silenzio durante l’interrogatorio di garanzia.
Troppo poco tempo - secondo i loro avvocati difensori - è intercorso tra l’esecuzione della misura cautelare (il padre di “Hoasy” costretto ai domiciliari da giovedì 3 novembre, gli altri due indagati hanno il divieto di esercitare qualsiasi attività d’impresa) e l’appuntamento in aula, per leggere e studiare tutte le contestazioni del nucleo di polizia tributaria della finanza coordinato dal pubblico ministero Daniele Rosa.
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Se l’indagine parla di due fallimenti sospetti e un milione di euro fatto sparire, nello specifico - secondo la Procura - i due coniugi considerati a tutt’oggi gli amministratori dello storico negozio di surf “Hoasy”, sono indagati per bancarotta fraudolenta societaria. Nel bilancio della società, infatti, per cinque anni (dal 2007 al 2012), hanno inserito un ricavo attivo fittizio di oltre 300 mila euro, ingannando i creditori ed evitando ai soci stessi esborsi finanziari per il ripianamento delle perdite, oppure l’avvio delle procedure di liquidazione della società. Più defilata la posizione di Angioli a cui la Procura contesta comunque il concorso nella bancarotta della “Succo di lana Lab” che in passato ha avuto rapporti con la società che gestisce oggi i tre negozi, ma sotto una diversa dicitura societaria.
Per evitare la reiterazione del reato e garantire i creditori danneggiati, il giudice per le indagini preliminari, oltre alle tre misure cautelari personali, ha disposto, altresì, su richiesta della procura della repubblica, il sequestro preventivo del marchio “Hoasy”, valutato a bilancio circa 240 mila euro ma ceduto a titolo gratuito a un prestanome, delle quote, dei beni e delle attrezzatture della società attualmente attiva, il cui valore può essere stimato intorno ai 400 mila euro.
Una somma che è circa la metà di quello che, secondo gli investigatori, Bargagna ha fatto sparire attraverso la distrazione di beni merce per un valore di 700 mila euro, oltre all’omessa tenuta di parte di libri e registri contabili che hanno reso impossibile (a tutela dei creditori) la ricostruzione del patrimonio e dei movimenti degli affari.
Proprio per cercare di tutelare sia i creditori che le persone che tutt’ora lavorano nei negozi oggetto dell’indagine, il pubblico ministero ha nominato un amministratore che si occuperà di mandare avanti gli affari. Nell’ambito della stessa inchiesta, la finanza ha anche contestato a un professionista, l'omessa segnalazione di operazioni sospette per circa 1,7 milioni di euro, in quanto lo stesso, sottoposto per legge agli obblighi antiriciclaggio, avrebbe dovuto segnalarle - in ragione degli elementi informativi in proprio possesso - all'unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia.
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