Il Tirreno

Livorno

Un ristorante-bar lassù in cima

di Roberto Riu
Un ristorante-bar lassù in cima

L’idea è decollata nel ’56, ci sono voluti dieci anni per concretizzarla

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LIVORNO. Da cinquant'anni il grattacielo di piazza Matteotti (già piazza Roma) – firmato dal grande architetto Giovanni Michelucci – domina con la sua figura slanciata ed inconfondibile lo skyline della nostra città sino ad allora sovrastato dalla sagoma della settecentesca chiesa di Santa Caterina che con i suoi 62 metri resta il secondo edificio più alto di Livorno superando di poco la Torre della Cigna (60 metri).

Di recente la proprietà dell’edificio ha avanzato il proposito di far utilizzare quella terrazza per adibirla ad attività tipo sky-restaurant e lounge-bar: siamo a ben 96 metri di altezza, che diventano poi 104 sommandovi la sovrastruttura contenente gli impianti di servizio dell'edificio che dispone di sette ascensori e racchiude 165 unità immobiliari. Nel panorama italiano con certe misure ed i suoi 26 piani il grattacielo “made in Leghorn” non ha perciò niente da invidiare ad opere simili come la Torre Velasca e il Palazzo Pirelli, realizzati entrambi a Milano nell’immediato dopoguerra (e poi ampiamente superati dalla Torre Isozaki), mentre in campo internazionale siamo chiaramente lontani dalle dimensioni dei grattacieli di Manhattan e tanto più dagli smisurati colossi dell'edilizia del Medio ed Estremo Oriente come le Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur, la cinese Shanghai Tower e soprattutto il Burj Khalifa di Dubai (828 metri antenna inclusa).

La genesi del grattacielo di piazza Matteotti rientra in uno slancio verso quanto è nuovo e moderno che ritroviamo nella Livorno dell'immediato dopoguerra. La ricostruzione postbellica in certi casi si configura come una continuazione delle demolizioni iniziate alla fine degli anni '30: il centro cittadino viene sostanzialmente ricostruito secondo l'impostazione disegnata da Marcello Piacentini nel 1942, a cui si aggiunge la controversa collocazione del Palazzo Grande (detto il “nobile interrompimento”), dando vita a quel complesso urbanistico omogeneo riferito all'architettura razionalista e definito la "piccola Eur" secondo un concetto espresso in alcune recenti mostre promosse dall'Archivio di Stato.

ICONA DELLA MODERNITÀ

Per cogliere questo impulso verso la modernità, che si coniuga con la necessità di creare occupazione, basta scorrere le cronache locali degli anni '50-60: sono gli anni del boom economico e l'edilizia, pubblica e privata, al pari della produzione di auto e elettrodomestici, rappresenta uno dei motori dell'economia nazionale.

E' in tale spirito del tempo che nel 1956 la Società Immobiliare Grattacielo Roma avvia le procedure per la costruzione del nuovo grande edificio suscitando non poche perplessità andando ad urtare con i limiti imposti dal Regolamento edilizio comunale da cui fu comunque deciso nel 1957 di derogare guardando al decoro procurato alla città da tale edificio. E' probabile che nella decisione abbiano pesato pure la prospettiva del cospicuo e prolungato carico di lavoro che ne sarebbe scaturito ed anche il prestigio del progettista: Giovanni Michelucci ha disegnato, fra l'altro, la Stazione di Santa Maria Novella a Firenze e la “chiesa dell'autostrada”.

La costruzione del grattacielo cominciò comunque solo nel 1963 con la realizzazione delle fondamenta e della struttura in calcestruzzo armato affidata alla ditta Ferrobeton: solo per le fondamenta furono impiantati 600 pali del diametro di 40 centimetri e lunghi 20 metri. Al termine il costo dell’edificio fu calcolato in 1,8 miliardi di lire dell'epoca venendo poi ceduto nel 1968 all’ente previdenziale dei dipendenti del Ministero del Tesoro per 2,2 miliardi di lire (ora l'Inps, subentrato all'Inpdap, detiene il 30% dell'immobile, il resto appartiene a privati).

Schematicamente il grattacielo, rivestito da migliaia di piastrelle di gres, si compone di una parte basamentale di sei piani (di cui i quattro superiori finestrati a nastro) recante fondi commerciali ed uffici: tale struttura viene sovrastata da una torre di venti piani caratterizzata dalla pianta ramificata e dai vari prospetti molto movimentati con finestrature sporgenti e balconi aggettanti: «Il grattacielo del Michelucci – spiega Marcello Paffetti dell'associazione Il Pentagono – ha sempre ricevuto giudizi positivi dalla critica e dagli addetti ai lavori. Basta guardarlo per capire l'originalità dell'opera che certamente si scosta dagli stili architettonici dell'epoca».

MICHELUCCI A LIVORNO

Nella nostra città la firma di Michelucci compare anche nel palazzo costruito nel ’59 fra via Cossa e via dei Carabinieri, oltre alla chiesa di Santa Rosa (che però l'architetto non riuscì a vedere terminata).

In questo mezzo secolo il grattacielo di piazza Matteotti è salito varie volte alla ribalta della cronaca: nel 2012, ad esempio, quando gli operai della ditta livornese Acrobatic System eseguirono interventi di messa in sicurezza delle facciate lavorando sospesi nel vuoto con corde, caschi ed imbracature. Altri episodi più recenti hanno visto le bravate di chi, introducendosi nell'edificio nottetempo, ha pensato bene di sfidare la sorte buttandosi col paracadute dalla cima del grattacielo.

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