Sicurezza
PIAZZA MATTEOTTI
LIVORNO. Per noi livornesi è semplicemente il Grattacielo, punto e stop: come quelli in accoppiata lungo l'Aurelia in zona La Rosa, come quelli fra Cigna e Porta a Terra. Anonimo: pressoché...
LIVORNO. Per noi livornesi è semplicemente il Grattacielo, punto e stop: come quelli in accoppiata lungo l'Aurelia in zona La Rosa, come quelli fra Cigna e Porta a Terra. Anonimo: pressoché trasparente allo sguardo, figuriamoci come elemento identitario o semenza di memoria. Anche se l’ha firmato da uno dei più grandi architetti del Novecento italiano: Giovanni Michelucci. Nessuno pretende di farne una cartolina, però è significativo che la “torta” del 50° compleanno di questo gigante da un fantastiliardo di chili la porti una piccola associazione come Il Pentagono (che peraltro da anni semina in città germogli di cultura fra storia, urbanistica e architettura).
Solo di recente è rispuntata fuori una certa qual di attenzione per questo fabbricato alto più di 90 metri, che è comunque fra i 50 edifici più alti del Bel Paese: e il silenzio non riguarda solo i livornesi, visto che gli addetti ai lavori in quegli anni lasciarono calamitare i propri sguardi soprattutto dalla Torre Velasca a Milano.
Eppure il grattacielo livornese presenta almeno due virtù. L’una: nel linguaggio di Michelucci era un altro passo in avanti sul tema della casa-torre. L’altra: tutto questo movimentare il disegno della facciata – di una pluralità di facciate – è un cazzotto in un occhio agli standard della “cucina internazionale” che dettava legge mettendo nel menù i soliti ingredienti. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per farne una cartolina o una bandiera d’orgoglio, e invece...
E' vero che i bombardamenti bellici hanno spianato (o danneggiato) l’87% del centro città, ed è altrettanto vero che la ricostruzione non ha messo la qualità architettonica in testa alla lista delle priorità: dev’esser stato per questo che,per reazione, ci siamo aggrappati a qualsiasi ritaglio di qualunque cosa abbia le sembianze del buon tempo che fu. E niente raffigura l’alone della storia meglio di antiche architetture (come le Fortezze) o marmi e bronzi (come i 4 Mori). Ma ci si può accontentare anche soltanto di un certo classicismo ottocentesco: basti pensare al successo che nell’immaginario labronico ha avuto una ricostruzione – così com’era e là dov’era – del gazebo che pure proprio un capolavoro non è...
Livorno sembra «un po’ Bucarest», come dice Tommaso nel film “Ovosodo” di Paolo Virzì infilandosi in motorino nei casermoni popolari di Fiorentina. Augusto Cagnardi, progettista del team Gregotti, disse anche di peggio quando alla metà degli anni ’90 presentò la sua idea di Prg. Però anche questa è una verità sì ma solo a metà: non avremo avuto qui fra noi la matita di qualche archi-star internazionale, ma sono stati rifiutati come un corpo estraneo tanto il Palazzo del Governo (sede della prefettura) quanto il mercato ittico (ribattezzato causticamente “la pagoda”) così come le nuove baracchine del lungomare (fra Scoglio della Regina e Terrazza). Mica progettati da qualche “signor nessuno”: il primo porta la firma di Alberto Legnani; il secondo, quella di Beata di Gaddo e Pietro Barucci; le ultime, quella di Cristiano Toraldo di Francia.
Ma non sono riusciti a lasciare l’impronta della modernità diffondendola sul territorio intorno. Colpa di noi livornesi, che ci siamo rannicchiati nel guscio dell’ “antico”. Colpa forse anche dell’ “intorno”: gli ultimi tre Prg sono stati stralciati e emendati all’indomani della loro approvazione. È l’“urbanistica in variante Prg” quella che ha lasciato il segno.
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