Il Tirreno

Livorno

Spari in centro, caccia alla pistola nei fossi medicei

di Federico Lazzotti
I sommozzatori dei vigili del fuoco cercano la pistola nei fossi (repetti/pentafoto)
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I sommozzatori dei vigili del fuoco cercano la pistola nei fossi (repetti/pentafoto)

Livorno, il comandante del nucleo radiomobile: pensavamo che l'uomo fosse armato e abbiamo sparato in aria, volevamo convincerlo ad arrendersi. E spunta un’altra inchiesta. Lunedì 7 novembre l’interrogatorio davanti al giudice

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LIVORNO. Dopo l'inseguimento e la sparatoria in centro di giovedì 3 novembre, è caccia alla pistola del sospettato nei fossi medicei. Nella mattinata di sabato 5 novembre i sommozzatori dei vigili del fuoco stanno passando al setaccio il Fosso Reale, nel tratto compreso tra piazza della Repubblica e via del Fante, su richiesta dei carabinieri.

L'obiettivo è quello di ritrovare la pistola che aveva, secondo i militari, Tedi Diamandi. «Tedi Diamandi è un soggetto pericoloso con molti precedenti penali per reati gravi e quando lo abbiamo inseguito da via del Larderel fino alla zona del Mercato c’era il sospetto concreto che fosse armato. Ecco perché quando si è rifugiato nel negozio di elettronica di via Del Fante abbiamo sparato due colpi in aria per convincerlo ad arrendersi».

A parlare è il sottotenente Mario Sorice, da settembre alla guida del nucleo operativo e radiomobile dei carabinieri. Queste sono le uniche parole ufficiali che arrivano dal comando provinciale riguardo la ricostruzione dell’inseguimento che giovedì pomeriggio ha trasformato il cuore di Livorno nel set realistico e pericoloso di un film poliziesco: i passanti terrorizzati, le grida dei militari, le sirene delle gazzelle, e soprattutto la paura del proprietario e dei clienti del punto vendita S&F Electronic dentro al quale il ventinovenne di origini albanesi si è barricato prima di essere fermato e arrestato non senza qualche patema.

Vero è che per il momento tra i reati che il pubblico ministero Fiorenza Marrara contesta al ventinovenne non c’è quello del porto ingiustificato di arma. La pistola che il ricercato avrebbe avuto con sé, infatti, per il momento non è stata trovata e i carabinieri non escludono che la possa aver gettata nei fossi durante la fuga.

È ovvio però che sia difficile pensare, nonostante i no comment degli investigatori, che quello avvenuto in via del Larderl intorno alle 15 sia stato un controllo casuale.

Il sospetto, confermato da alcuni fonti, è infatti quello che i carabinieri fossero già sulle tracce di Tedi Diamandi per un’altra inchiesta ancora top secret e che il blitz di giovedì fosse stato pianificato. Così sì, sarebbe possibile spiegare perché i militari fossero numerosi nella zona.

In attesa di eventuali sviluppi investigativi quello che è certo è che lunedì è già stato fissato l’interrogatorio di garanzia nei confronti del ventinovenne. Nei suoi confronti ad oggi, sono tre le ipotesi di reato formalizzate dalla Procura di Livorno.

LE ACCUSE. Il primo reato che il pm gli contesta è quello di resistenza a pubblico ufficiale. Diamandi infatti, quando i carabinieri gli hanno intimato l’alt dopo essere passato con il rosso mentre era a bordo di una Smart, è sceso dall’auto prima si è barricato all’interno del negozio di via Del Fante chiudendosi dentro a una delle stanze, mettendo in pericolo le persone che erano all’interno e costringendo i carabinieri a buttare giù la porta. E sparare. Non contento ha comunque cercato di scappare nuovamente prima in strada e poi anche quando era sull’auto dei carabinieri. Come? Ha spaccato a calci il vetro della portiera dopodiché ha provato a buttarsi dal finestrino dell’auto in corsa.

Un comportamento a cui è legata la seconda contestazione, quella dei danneggiamenti sulla gazzella.

L’ultima ipotesi di reato è invece strettamente connessa a quello che è avvenuto tra il 19 luglio scorso e giovedì. Infatti il ventinovenne, proprio alla metà di luglio, era stato espulso dal territorio italiano e rimandato in Albania.

Ma nei tre mesi e mezzo successivi, è evidente che Diamandi sia riuscito, grazie ad un’altra identità forse uno degli alias bulgari che usava, a rientrare nel nostro Paese e tornare proprio a Livorno, città dove evidentemente ha dei contatti e diverse conoscenze come quella con Andrea Calloni, al momento imputato per associazione per delinquere nell’ambito dell’inchiesta Attila, che era alla guida dell’auto sulla quale stava viaggiando.

Ecco perché molto probabilmente l’indagine parallela dei carabinieri che ha portato all’inseguimento di ieri deve essere legata proprio al comportamento del ventinovenne.

Forse qualcosa in più sarà possibile capirla all’indomani dell’interrogatorio di garanzia di lunedì. Un’altra tappa di un inseguimento che è lontano dall’essere finito.

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