Gioco
Cittadinanza onoraria a Nino Di Matteo, il magistrato antimafia - Le foto
Livorno, il presidente dell'associazione magistrati di Palermo ha presentato al Rotary il suo libro "Collusi". All'incontro tanti avvocati, magistrati e l’olimpionico Marrai
LIVORNO. L’attesa per l’arrivo dell’ospite d’onore si consuma tra un flute di prosecco, una fetta di pane e pomodoro e tante strette di mano. Ma la prima sorpresa non si fa attendere e giunge pochi secondi dopo il gong del presidente del Rotary Augusto Parodi.
Passa qualche istante e nella sala conferenze dello Yacht Club il primo a prendere la parola è il sindaco di Livorno Filippo Noagrin, completo blu e camicia bianca. Tra lui e il magistrato antimafia Antonio Di Matteo, detto “Nino”, arrivato a Livorno scortato e protetto per presentare il libro inchiesta “Collusi”, c’è il gagliardetto amaranto con la ruota dentata. Ai lati del tavolo in cui si incontrano i poteri della città, hanno preso posto la prefetta Anna Maria Manzone, il questore Orazio D’Anna e il comandante della Finanza Paolo Borrelli.
«Colgo l’occasione - spiega Nogarin - per annunciare a tutti voi che da oggi la città di Livorno ha un nuovo cittadino. Il consiglio comunale nell’ultima seduta ha infatti conferito, votando all’unanimità, la cittadinanza onoraria a Antonino Di Matteo». Scatta l’applauso della platea.
Tra le sedie bianche e rosse, gli invitati sono per la stragrande maggioranza avvocati. Nelle ultime file, uno accanto all’altro, ci sono l’attuale presidente delle camere penali di Livorno Marco Talini, accompagnato dai figli, e il suo predecessore Vinicio Vannucci. Qualche fila più avanti spunta il profilo del legale di lungo corso Massimo Batini. Nelle prime sedie anche l’avvocata civilista Gigliola Montano e la giovane penalista Aurora Matteucci. Dall’altro lato, nella zona in cui hanno trovato spazio i più giovani, ecco una schiera di promesse dell’avvocatura venute ad ascoltare il magistrato che indaga sulla trattativa tra Stato e Mafia.
Tra loro c’è anche l’olimpionico di vela Francesco Marrai che abbandonate per una sera vele e mute ha optato per un completo scuro e una camicia celeste. Tra i pubblici ministeri della Procura di Livorno l’unico ad essere stato invitato è il sostituto Massimo Mannucci, il pm che con la collega Arianna Ciavattini indaga sulle presunte irregolarità anche da parte del sindaco Nogarin nella gestione di Aamps.
Nell’introduzione di un discorso dalle venature politiche, Di Matteo ha citato e ringraziato per prime le sue guardie del corpo che lo seguono dal 1995. «Sono sinceramente felice di potermi confrontarmi con voi», attacca prima che dalle casse parta per la seconda volta l’inno di Mameli interrompendo la presentazione. «E sono ulteriormente felice - riprende dopo un attimo di imbarazzo - per questa sorpresa della cittadinanza onoraria, anche perché ho sempre guardato con simpatia questa città. Il motivo? È da Livorno che arriva un contributo essenziale alla mia sicurezza personale attraverso il lavoro di carabinieri del Gis di stanza a Livorno dei quali ho apprezzato l’umanità».
Il cuore dell’intervento è un monito sia alla politica che ai semplici cittadini. «Ho incontrato centinaia di ragazzi e ho detto loro che esco da questi incontri cresciuto. Mi occupo - si presenta per chi non lo conoscesse - da sempre di mafia e ho imparato che i mafiosi gli affari li fanno meglio quando intorno a loro c’è silenzio. Paolo Borsellino prima di morire disse: “Parlate”. In 25 anni molte cose sono state fatte. Ma oggi avverto una necessità: non basta reprimere l’ala militare. Dobbiamo capire che il problema non è quando la mafia uccide. Il problema è la diffusione del metodo mafioso. Che condiziona la nostra democrazia. Ecco perché è bene tenere a mente che la mafia non è meno forte perché uccide di meno, ma si è infiltrata in luoghi apparentemente immuni tra colletti bianchi e soprattutto lontano dalla Sicilia». L’ultimo passaggio ha il sapore di un monito: «Non delegare alla magistratura di recidere il potere della mafia. Uno stato che si può definire tale non può avere paura di affrontare il problema».
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