Il Tirreno

Livorno

Giustizia dopo 20 anni «Ci hanno reso l’onore»

di Ilaria Bonuccelli
Giustizia dopo 20 anni «Ci hanno reso l’onore»

La Corte dei conti: «Il colonnello Mandelli morto per servizio»

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«L’ho fatto perché Claudio era esempio. Per lui l’esempio era l’aspetto principale del comando. “I ragazzi - mi diceva - non possono diventare bravi militari se non dai l’esempio”». Non si possono buttare dall’aereo «se non ti butti prima tu». Non possono andare «incontro ai pericoli, se non ci corri insieme a loro». Se in Bosnia non soffri il loro stesso freddo. O se in Somalia non dormi nei container senza finestre, come loro. Anche se sei il colonnello. «Allora, non ti arrendi. Pensi che sia giusto che gli venga riconosciuto che è morto per il suo lavoro». Un tumore da uranio impoverito, non da fumo. Anche se per dimostrarlo ci vogliono venti anni, meno qualche mese.

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UNA BATTAGLIA DI VENTI ANNI

Sono tanti e pochi venti anni. Per la giustizia sono tanti. Per il dolore sono niente. Si bagnano gli occhi di Rosanna Pupeschi, vedova del colonnello dei paracadutisti Claudio Mandelli, ucciso dall’uranio impoverito un mese prima di compiere 56 anni, secondo quanto appena stabilito dalla Corte dei Conti della Toscana. Rosanna Pupeschi ha diritto alla pensione di reversibilità privilegiata perché suo marito, padovano di origini, una carriera fra Livorno e Pisa, è morto per lesioni «dipendenti da causa di servizio». E non perché è un accanito fumatore come sostiene lo Stato. La magistratura contabile, competente sui contenziosi previdenziali, arriva a conclusioni opposte. La sezione toscana delibera che la vedova del colonnello, assistita dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia «ha dimostrato con sufficiente grado di probabilità la dipendenza dal servizio reso dell’insorgenza della patologia tumorale».

LA BOSNIA E LA SOMALIA

È il 29 settembre 2016. Sono passati quasi 20 anni dalla morte di Mandelli. Il colonnello torna dalla Bosnia a ottobre 1996. Tre anni prima era stato in Somalia. Subito mostra una tosse strana. Iniziano le visite e la diagnosi è impietosa: adenocarcinoma polmonare con metastasi epatiche. Un tumore maligno che dai polmoni si diffonde al fegato. Ad agosto 1997 muore.

Seduta nella poltrona della casa di Casciavola di Cascina, si abbandona a una sofferenza liquida. Ieri o 19 anni fa è lo stesso. Il tempo si concentra nella piastrina militare che Rebecca, la figlia, porta al collo da qualche tempo. «L’ho ritrovata aprendo una valigetta di papà. Non me ne separo mai». Si confonde con pudore in mezzo ad altre collane lunghe.

IL PADRE E LA PAPERELLA

La nota chi la deve notare e basta. Un po’ come i ricordi di Claudio padre: «Noi lo vedevamo a cena - aggiunge Rebecca, insieme al fratello Michele - ma resta quella sensazione che c’era. Di un babbo presente». Che non entrava e si metteva a letto per la stanchezza. Trovava il tempo «per costruirmi il plastico, aiutarmi con i disegni della scuola» o per fabbricare la paperella di legno che cammina. Le parole di Michele si assottigliano di commozione. Poi si riprende: «Gliela dovevamo. Questa battaglia. Non era giusto dire che era morto perché era un fumatore. Il tumore di un fumatore si sviluppa nel tempo, il suo carcinoma è stato fulminante». Rosanna annuisce. Con i figli su questo è sempre stata d’accordo. «Non abbiamo mai chiesto un risarcimento per la morte di Claudio. Abbiamo sempre e solo voluto la conferma della morte per motivi di servizio. Perché Claudio è sempre stato onore e noi questo onore volevamo che fosse rispettato».

COSA DIRAI AI NIPOTI

Mentre pronuncia queste parole, Rosanna assume una postura più eretta. Il cambiamento è impercettibile. Ma c’è. «Quando ci siamo conosciuti - racconta - Claudio mi diceva sempre: “Che cosa racconterai di me ai nostri nipoti?”. Lo ripeteva, perché sapeva che sarebbe vissuto poco. Sentiva che gli sarebbe toccato il destino di famiglia». Il destino di chi sceglie la carriera militare.

Il padre del colonnello Mandelli, militare di carriera, muore a 60 anni, per le conseguenze di battaglie nell’esercito durante la seconda guerra mondiale. Il nonno di Mandelli, corazziere della Guardia reale, muore a 33 anni, per il tifo contratto in una campagna d’Africa. «Mio marito se lo sentiva che non sarebbe vissuto a lungo. Però io gli dovevo lo sforzo di dimostrare che non era stato il fumo a stroncargli la vita».

LA PRIMA SCONFITTA

Per questo Rosanna non si arrende quando nel 2012 il comitato di verifica delle cause di servizio (del ministero della Difesa) delibera che l’infermità del colonnello non dipende dai fatti lamentati» e cioè dal prolungato contatto con l’uranio impoverito. Una serie di perizie tendono a confermare che il decesso appare da ricondurre «al fumo di sigarette. ...La relazione causale con il fumo di sigarette è responsabile di un incremento di 10-20 volte del rischio di insorgenza del cancro polmonare rispetto ai non fumatori». Per Rosanna e i suoi figli questa perizia è un affronto. «Mio marito non avrebbe mai voluto che noi facessimo causa al ministero della Difesa: per lui il servizio, l’onore erano principi fondamentali. E noi abbiamo rispettato quello che riteniamo sarebbe stata la sua volontà. Ma abbiamo voluto anche onorare la sua memoria».

DUE ANGELI DEL FANGO

Di militare di uomo. Quello che a novembre 1966, Rosanna conosce a Castelfranco di Sotto, nei giorni dell’alluvione. Sono entrambi due volontari. Due angeli del fango, nella profonda provincia toscana. Lui già sottotenente dei paracadutisti addetto allo smistamento dei viveri in arrivo dalla base di Camp Darby; lei una giovane ragioniera, diplomata a Pisa, impegnata a recuperare abiti e suppellettili per gli sfollati e per chi ha perso ogni cosa, anche nelle campagne, non solo in città. Prima l’amicizia, poi le domeniche a ballare. In pochi mesi è amore. La vita insieme. Le battaglie. L’ultima, insieme ai figli, senza Claudio. Ma per Claudio. «E per tutte le donne che perdono il marito o i figli, come me. Non mollate, per favore. Non vi arrendete. Io non l’ho fatto». Ha dato l’esempio. Come avrebbe fatto il colonnello.

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