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Il bandito confessa: «Ho fatto cento rapine, arrestati prima di un colpo al market»
Livorno, dopo Dario Petriccione anche Ferdinando Lentini confessa davanti al pm: «Così il 14 marzo abbiamo derubato due supermercati in un solo giorno»
LIVORNO. È il 14 marzo dello scorso anno. Nel giro di appena cinque ore vengono rapinati due diversi supermercati, entrambi della catena Tuodì. Il primo in via Don Milani, a Pontendera, il secondo in via Lulli, a Livorno. Commesse e clienti che assistono agli assalti li descrivono agli investigatori come colpi fotocopia: «Due persone incappucciate e armate di pistola ci hanno minacciato - raccontano - prima di scappare a bordo di una Fiat Panda con il bottino», in tutto circa settemila euro. «Quel giorno a compiere le rapine siamo stati io e Dario Petriccione». A distanza di meno di sette mesi i carabinieri hanno raccolto anche la confessione di Ferdinando Lentini, 59 anni, arrestato lo scorso 10 di agosto con lo stesso Petriccione e il fratello Giuseppe con l’accusa di associazione per delinquere.
Si tratta di un altro tassello che va ad inserirsi nel quadro indiziario che riguarda l’inchiesta dei carabinieri su diversi furti d’auto e ricettazione e soprattutto le dodici rapine messe a segno tra il gennaio 2015 e il marzo di quest'anno in nove diversi supermercati sparsi per la Toscana: Livorno, Casciana Terme, Lastra a Signa e Pontedera; la maggior parte dei quali della catena Tuodì, perché sprovvista di un sistema di video sorveglianza.
Ma nell’interrogatorio che il cinquantanovenne ha sostenuto nei giorni scorsi davanti al pubblico ministero Fiorenza Marrara, ha detto molto di più, sia sulle tecniche usate per mettere a segno le rapine, sia sul disegno criminale della banda, sulla sua storia personale e sul progetto che avrebbe voluto realizzare se non fosse finito in carcere dov’è tutt’ora recluso.
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«Il giorno delle due rapine al Tuodì - ha raccontato - in realtà volevamo fermarci dopo la prima. Ma quando siamo tornati a Livorno, con Dario ci siamo detti: “Perché non farne un’altra?”. Avevamo sia l’auto che le armi e così abbiamo fatto». Lentini parlando invece del suo passato con gli investigatori ammette di non essere uno stinco di santo, ma allo stesso tempo spiega di aver cercato in tutti i modi di uscire dall’universo criminale. «In vita mia - ha confessato - ho messo a segno più di cento rapine. Ma per tutte quante ho pagato i conti con la giustizia».
Ora però la bilancia per lui è tornata in debito. «Ho cercato di smettere - ha spiegato - ma dopo una tragedia familiare che mi ha colpito non ho trovato altra strada che tornare a delinquere». Deve essere nato così il gruppo criminale che per mesi ha terrorizzato mezza Toscana. «Volevo smettere anche di fare rapine in Italia e trasferirmi in Spagna (i carabinieri lo hanno fermato mentre cercava di espatriare) dove negli anni mi sono fatto delle conoscenze».
Infine Lentini racconta il giorno dell’arresto. «Quel giorno stavano preparando un colpo a Firenze...». Ma su una cosa anche il 59enne non ha ceduto durante l’interrogatorio e riguarda il ruolo del terzo indagato, Giuseppe Petriccione che secondo gli investigatori avrebbe compiuto o comunque collaborato alla realizzazione delle rapine durante i permressi premio che gli venivano dati nel carcere di Massa dove era recluso. «Su questo aspetto - ha tagliato corto - mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
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