Il Tirreno

Livorno

Terme del Corallo, in campo i volontari perché i beni comuni sono davvero nostri - L'analisi

di Mauro Zucchelli
Terme del Corallo, in campo i volontari perché i beni comuni sono davvero nostri - L'analisi

Livorno, la mobilitazione dal basso di una “confederazione di anime” per riuscire a strappare al degrado un monumento-simbolo

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LIVORNO. C’è la Cosa in sé: si chiama “terme del Corallo”. Anzi, a dire la verità, l'ex stabilimento termale l'hanno denominato “Acque della Salute” perché il Corallo è solo una delle cinque sorgenti presenti in questo spicchio di Livorno fra la via Aurelia e l'Est. Al plurale, dunque: e già questa è una sottolineatura che non piomba a caso, ma ne riparleremo poi.

Le terme liberty sono diventate un simbolo: anche dal punto di vista della formula per farle ripartire. Il riferimento è al fatto che non sono andate a segno né l’azione classica del potere pubblico né il mix fra interesse pubblico e profitti privati. Da un lato: alla multinazionale Coca Cola, inizialmente proprietaria del fabbricato, non è mai stato intimato di intervenire anche solo per mettere in sicurezza. Dall’altro: si è inutilmente immaginato che la costruzione di un centinaio di alloggi potesse far recuperare risorse da destinare al restauro del bene monumentale (poi i privati hanno costruito sì i palazzi e i benefici per la collettività si sono limitati a un ritaglio di verde).

Sembrava che la storia fosse al capolinea: con sentenza definitiva passata in giudicato. In effetti, sarà stato anche indispensabile dare uno sbocco alla domanda di viabilità in entrata/uscita dalla città in quella zona, ma il cavalcaferrovia ha steso una cortina di cemento davanti al cancello.

Per anni è come se ci fosse il degrado si fosse contagiato come un virus maligno: dal quel “non-luogo” che è il cavalcaferrovia l’ex stabilimento termale era finito per esser visto come nient’altro se non «un rumore di fondo nel paesaggio urbano», come dice Silvia Menicagli, la “pasionaria” per per più di 15 anni si è battuta per vincere quest’annebbiarsi degli sguardi. Non è stato necessario neanche capovolgere il cannocchiale, è bastato cambiare lo sguardo ed ecco che quello stesso cavalcaferrovia è diventato lo strumento per poter guardare dall’alto al di là del cancello: percorrendo il ponte, salta agli occhi quanto sia assurdo che le armonie liberty restino azzannate dall’incuria e dalle sterpaglie.

Scopri le differenze: fra l’uno e l’altro sguardo, il passaggio sta nel fatto che questo scrigno non è più invisibile, al contrario ha preso a diventare un tassello importante nel puzzle di quel che siamo e di quel che vogliamo essere. Soprattutto adesso che la crisi della nostra economia (e del modello di sviluppo) asciuga i portafogli e non satura più di quattrini i sogni e i bisogni.

Anche questa è una operazione un po’ strana, se vogliamo: in passato la reazione alla devastazione bellica, passata come uno schiacciasassi di bombe (alleate) e mine (tedesche) sulla nostra storia, era stata la caccia al trapassato remoto come garanzia almeno di uno scampolo di memoria, di una fettina di amarcord solidificato in muri, marmi e ghirigori. Invece qui, alle terme liberty, siamo di fronte a un tempio della modernità: fra i primi esempi di liberty in Italia, fra i primissimi edifici realizzati in cemento armato Hennebique nel nostro Paese.

C’è però anche un secondo aspetto: riguarda il fatto che dividersi fra guelfi e ghibellini è sacrosanto ma non sempre, ma non per tutto, ma non ad ogni costo. Gli inciuci sono un’altra cosa, esistono invece progetti strategici che raccolgono le istanze di una comunità civica nel suo complesso: quello delle terme del Corallo è uno di questi. Non è un caso che a guidare la mobilitazione sia Reset (associazione di area M5s) in tandem con il gruppo di Silvia Menicagli, alle scorse elezioni in lista col Pd. Non è un caso che sia scesa in campo a supporto anche Forza Italia, e in consiglio regionale si sia compiuto il “miracolo” di una posizione comune fra Pd e M5s, Forza Italia, Lega e Sinistra italiana.

Del resto, il tessuto connettivo della città è fatto di scelte che hanno attraversato anche classi dirigenti differenti. Si pensi all’ “invenzione del lungomare”: nato in tempi di governo granducale con lo Scoglio della Regina, poi costruito dalla grande borghesia labronica post-unitaria (a cominciare dagli Orlando), dalla prima giunta rossa di Mondolfi, da Ciano e i podestà, dai governi a guida Pci per 70 anni e adesso dalla squadra pentastellata. Fin dall’inizio di questa mobilitazione, Il Tirreno ha parlato di una “confederazione di anime”: non l’abbiamo inventata noi, la trovate pari pari nelle parole del dottor Cardoso in quell’altro scrigno che è “Sostiene Pereira” firmato da Antonio Tabucchi.

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Nessuna indulgenza nei riguardi degli errori delle precedenti giunte Pd guidate da Cosimi ma forse questa nuova stagione può aprirsi per via di due requisiti che erano già in cascina: 1) il Comune aveva riacquisito la proprietà dell’area; 2) era stato appaltato il rifacimento del tetto della sala della mescita, poi completato sotto Nogarin. Ed è appunto la nuova giunta M5s ad aver dato accoglienza e spinta alla mobilitazione dei volontari. Nata, detto per inciso, in una sera di febbraio alla presentazione del videoreportage del Tirreno.it realizzato da Luciano De Nigris (con l’Ensemble Bacchelli e le Guide Labroniche)...

Sia chiaro, non stiamo parlando del trasversalismo dei pateracchi ma della condivisione di progetti e soluzioni. Anche perché qui l’operazione di giovedì 6 ottobre nel salone del Tirreno non ha a che vedere con la “casacca” di chi sta a Palazzo Civico bensì con la costruzione di una idea di civismo che ha buone ragione per sentirsi di casa a Livorno (ma anche altrettante per essere vissuta come sconosciuta, forestiera, quasi incompensibile).

C’è dunque un terzo elemento che merita di finire sotto la lente, anche perché ha rimesso in moto gli ingranaggi del motore. Ed è il fatto che, come ha dimostrato la grande pulizia di fine primavera, sono entrati in gioco i volontari. L’hanno fatto con una idea nuova: non più solo prestatori di braccia ma protagonisti – in prima persona, rimboccandosi le maniche e non a chiacchiere – di una idea del patrimonio pubblico declinato con la parola “beni comuni”.

Nell’incontro la vicesindaca Stella Sorgente ha sottolineato che lo intende come patto e non come delega che deresponsabilizza il governo locale: cari volontari, le castagne dal fuoco toglietele voi. Qui si apre tutto il match che, nel rapporto con Palazzo Civico, sia Reset che Terme del Corallo hanno avviato fin da giugno. Di nuovo: il regolamento dei beni comuni è una idea in comune: l’hanno tenuta a battesimo tante amministrazioni di colore differente. Arriverà anche da noi.

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