Gioco
Incinta occupò una casa: assolta. Per il giudice fu stato di necessità
La sentenza del tribunale dopo che una mamma aveva sfondato un alloggio popolare in via Nino Bixio «Ma una mattina mi hanno cacciato e lasciato per la strada. Ora farò io causa contro Comune e Casalp»
LIVORNO. Il 7 luglio 2010 Giada Vallini, livornese, all’epoca 22enne, fu trovata dai vigili urbani all’interno di un alloggio popolare al civico 35 di via Nino Bixio, che aveva occupato abusivamente.
La donna era incinta e aveva con sè la figlia di appena 18 mesi. Scattò la denuncia ex articolo 633 e 639 del codice penale che prevede una pena fino a due anni di reclusione per l’invasione arbitraria di edifici pubblici. Sei anni dopo il tribunale di Livorno l’ha assolta. Per il giudice Marco Sacquegna la Vallini non era punibile poiché aveva agito in stato di necessità.
Contro la sentenza ha immediatamente fatto ricorso la procura generale della Corte d’Appello di Firenze. Ma intanto nel contesto cittadino, dove le occupazioni di alloggi popolari vuoti e di edifici pubblici dismessi sono diventate all’ordine del giorno, se essa certamente non rappresenta un precedente giudiziale vincolante, porta comunque con sè un significato politico dalla forte valenza simbolica.
Il paradosso della storia vuole che oggi Giada Vallini non abiti più in via Nino Bixio 35, ma sia costretta a vivere con due figlie (e una terza in arrivo) in una stanza a casa della suocera, col compagno, i genitori di lui e il cognato.
«Una mattina del 2010 tornai a casa e trovai un cancello davanti alla porta - racconta -. Mi avevano ingabbiato la casa, con tutta la mia roba dentro, senza neanche avvertirmi, lasciandomi in mezzo a una strada. Da allora stiamo in otto in due camere, ma per l’ufficio casa va bene così».
«Dal 2010 - continua Giada Vallini, con le lacrime agli occhi - presento domande per l’emergenza abitativa o per avere una casa popolare ma sono sempre qui che aspetto. Visto quanto ha sentenziato quest’anno il giudice, probabilmente avrei dovuto occupare di nuovo. Mi hanno ripetuto mille volte che la sentenza non dice che io ho diritto a una casa. Dice però che non potevano buttarmi fuori in quella situazione e invece l’hanno fatto. A questo punto sarò io che farò causa al Comune e a Casalp».
LA VISITA DEI VIGILI E L’ALTOLTÀ DEL MEDICO. E’ il 7 luglio 2010 quando gli agenti della polizia municipale si presentano al pian terreno di via Bixio 35 dopo la segnalazione da parte di Casalp dell’occupazione dell’alloggio. I vigili trovano la porta dell’appartamento divelta e appoggiata sul pianerottolo. All’interno della casa c’è la Vallini con la figlia di un anno e mezzo. La donna dichiara di essere incinta. Sul posto arriva anche un’ambulanza: il medico conferma lo stato di gravidanza e “sconsiglia un’azione coatta di sgombero - come si legge nella sentenza - che avrebbe potuto sortire conseguenze pregiudizievoli per il feto”.
IL GIUDICE: NON C’È DOLO. “Deve certamente escludersi il dolo se non anche la stessa antigiuridicità della condotta - scrive il giudice Sacquegna - a seconda della prevalente inclinazione a ritenere lo stato di necessità quale scriminante soggettiva o quale causa di esclusione dell’antigiuridicità”.
Insomma l’occupazione della Vallini per il tribunale di Livorno non è punibile. Il giudice sottolinea che lo stato di necessità richiede l’inevitabilità della condotta illecita. E ricorda, citando la Cassazione, che nel concetto di danno grave alla persona, ai fini della sussistenza dello stato di necessità, rientrano non solo le lesioni della vita e dell’integrità fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione tra cui anche il diritto all’abitazione.
FIGLIA IN PERICOLO SE NON AVESSE OCCUPATO. In questo senso - ricorda il giudice - la Vallini era incinta e “peraltro sussistevano ragioni medico-sanitarie che suggerrivano di non procedere allo sgombero tali da integrare il pericolo di danno alla persona. Ma per di più aveva con sè una figlia in tenerissima età che indubbiamente sarebbe rimasta esposta ad una situazione di pericolo ove l’imputata non avesse commesso il reato”.
IL RICORSO DELLA PROCURA. Come dicevamo la procura generale presso la Corte d’Appello ha immediatamente fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tribunale di Livorno non aveva “in alcun modo valutato se il pericolo per la salute propria e dei figli della Vallini potesse essere altrimenti evitato, in particolare se la donna si fosse rivolta inutilmente ai servizi sociali per trovare una sistemazione”. Per il sostituto procuratore generale insomma la giovane livornese avrebbe potuto risolvere il problema abitativo “con la richiesta di ausilio ai servizi sociali e alle altre istituzioni pubbliche”.
«Ma io ai servizi sociali ci sono andata eccome, così come ho fatto la spola a Casalp e in Comune, dove hanno pure perso i documenti degli assistenti sociali», replica la Vannini. «Peccato che nessuno mi abbia mai ascoltato».
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