Il Tirreno

Livorno

«Soldi spariti al Cup» cassiera a processo è accusata di peculato

di Federico Lazzotti

Per la Procura si è appropriata di 15mila euro ai danni di 60 clienti usando le password delle colleghe per compiere il raggiro

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LIVORNO. Uno dei sessanta paziente che ha rimborsato per una prestazione ospedaliera di cui, invece, aveva regolarmente beneficiato, era addirittura deceduto da sei anni.

È questo il caso più eclatante di cui la Procura accusa Paola Caliani, 34 anni, grossetana, dipendente della società Capodarco, incaricata per conto della Asl 6 della riscossione dei rimborsi al Cup all’isola d’Elba.

La donna è oggi imputata di peculato per una cifra di poco superiore ai 15 mila euro, sostituzione di persona e calunnia, questi ultimi due reati contestati perché - secondo il pubblico ministero - avrebbe usato le password di alcune colleghe per effettuare i raggiri nel tentativo di far ricadere su di loro le responsabilità.

Davanti al collegio B presieduto dal giudice Angelo Perrone si è aperto il processo con le testimonianze dei militari che hanno eseguito le indagini ascoltati dal pubblico ministero Daniele Rosa.

Un dibattimento fotocopia a quello che pochi mesi fa ha portato all’assoluzione di una collega della donna, Isabella Maggio, anche lei accusato di aver fatto sparire decine di migliaia di euro sempre con lo stesso meccanismo dei rimborsi non dovuti.

Entrambe le indagine che hanno avuto tempi di sviluppo diversi sono scattate nel 2011 dopo un controllo a campione da parte dell’ufficio amministrativo dell'Asl che riguardava la mappatura dei rimborsi eseguiti da ogni singolo operatore del Cup.

È esaminando i dati statitici che è emerso un numero «anomalo di rimborsi» da parte delle due cassiere.

«Ogni impiegata - spiegano gli investigatori - in un anno solitamente esegue un numero di rimborsi che può arrivare fino a una decina, ma di solito sono molti meno».

Per ogni anno, invece, le due cassiere finite nell’occhio dei carabinieri hanno compiuto dal proprio computer un centinaio di operazioni per le quali manca la documentazione.

Ma per capire l'impianto accusatorio (e le obiezioni della difesa) è necessario spiegare come funzionano i rimborsi per le visite al Cup.

«Quando un cliente si presenta - spiega chi ha studiato il meccanismo - prenota le visite che deve effettuare e nel caso in cui si scopra successivamente che il paziente è in qualche moto esentato o ha pagato una cifra superiore a quella dovuta, scatta il rimborso che deve essere accompagnato da una serie di documenti che attestino l'operazione».

È da questa premessa che è possibile capire il capo d'imputazione che viene contestato all’operatrice. «Si appropriava - si legge - in più occasioni, di somme di cui aveva la disponibilità; in particolare facendo risultare come avvenuti rimborsi per prestazioni sanitarie non eseguite che in realtà erano state regolarmente effettuate».

Si tratta per lo più rimborsi che vanno da un minimo di 20 a un massimo di qualche centinaia di euro con il nome e il cognome del cliente che sarebbe stato raggirato. La maggior parte delle operazione contestate alla donna sono comprese tra il 27 gennaio del 2010 e il 28 ottobre dello stesso anno. Ma anche nel 2007, 2008, 2009 e 2011 gli investigatori hanno verificato delle anomalie.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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