Gioco
«Uccise il cognato», chiesta la condanna a dodici anni per il delitto del 1991
Livorno, il pm: il dna e le intercettazioni lo inchiodano. La replica dell'avvocato difensore: non ci sono elementi per condannarlo
LIVORNO. Venticinque anni di vuoti, silenzi e sospetti riempiti in quasi tre ore di requisitoria al termine della quale il pubblico ministero Fiorenza Marrara ha chiesto al giudice la condanna in abbreviato a dodici anni di reclusione per Ernesto Fiumicello, 61 anni, imputato per il delitto di Francesco Della Volpe, allora cognato dell’indagato, ucciso a bastonate la notte del 30 giugno 1991 nel bosco di Casagiustri, tra Cecina e Montescudaio e poi gettato in un fosso.
Tre i pilastri che hanno convinto l’accusa - nell’inchiesta bis aperta tre anni fa - riguardo la colpevolezza del sessantunenne, oggi residente a Vicchio, nella zona del Mugello. Il primo riguarda il movente dell’omicidio che fin dalla prima inchiesta, aperta all’indomani del ritrovamento del cadavere e poi chiusa senza colpevoli, aveva individuato nei rapporti familiari burrascosi il seme di quella follia.
«Dovevate dargli solo una lezione», è una delle frasi finite agli atti della prima inchiesta e pronunciata dalla sorella della vittima in un dialogo con la moglie di Della Volpe. «Se lo avete ucciso vi perdono», disse poi in punto di morte la madre della vittima alla figlia lasciando intendere di conoscere la genesi del delitto. Un altro elemento sul quale si basa l’indagine dei carabinieri del nucleo investigativo, riguarda le tracce di dna su un guanto e un berretto ritrovati poco distanti dal cadavere.
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All’interno, prima la genetista consulente della Procura, e poi in sede di incidente probatorio dal laboratorio dei Ris di Roma, hanno accertato la presenza di due codici genetici quello dell’imputato e di Ignoto 2, le cui generalità non sono mai state svelate. Ma come riuscire a collocare l’imputato sul luogo del delitto la notte dell’omicidio? È attorno alla capacità dell’accusa di rispondere a questa domanda, e alla difesa di insinuare dubbi nel giudice Beatrice Dani, che molto probabilmente si deciderà l’esito del processo e una eventuale condanna.
Non a coso il pm, anche giovedì 28 settembre, in uno dei passaggi chiave della requisitoria ha fatto leva su due aspetti: la frequentazione dell’imputato con la vittima in quel periodo e un’intercettazione dello stesso Fiumicello che all’indomani dell’arresto, nel giugno 2015, in una conversazione con la compagna si lasciò sfuggire una frase che ha il sapore della confessione: «Mi avessero fregato...100 200 300, no sono stato fregato in altre cose... perché prima di 24 anni fa c’avevo una certa testa, ora ho una altra testa e a me mi hanno fregato con una altra testa, non quella di oggi. È così che mi trovo i carabinieri in casa e non vado a lavoro..».
Una frase che lo stesso magistrato ha sì valutato come il terzo pilastro dell’accusa, ma anche come attenuante nel conteggio della pena: «È evidente - ha detto - che il Fiumicello del 1991 è una persona diversa da quella che è oggi: ha una famiglia, delle responsabilità e da allora non ha mai commesso un reato, tanto da essere incensurato». Nonostante le attenuanti che l’accusa ha riconosciuto all’imputato il difensore, l’avvocato, Maurizio Milani, ha contestato tutta la ricostruzione della Procura. «Prima di tutto - spiega all’uscita del Tribunale - abbiamo scelto di essere giudicati con rito abbreviato perché siamo convinti che si possa uscire dal processo senza passare da un dibattimento».
Una premessa legata a doppio filo con il cuore dell’arringa durata quasi due ore. «Non essendo la Procura riuscita a dimostrare la colpevolezza della dell’imputato - ha ripetuto - da parte nostra non possiamo che sottolineare i limiti e le lacune degli elementi raccolti. A cominciare dalle tracce di dna. Non discutiamo che siano di Fiumicello, ma è impossibile dimostrare, ad esempio, che il guanto sia stato indossato la notte del delitto. Anche perché a differenza delle tracce di Ignoto 2 quelle dell’imputato non sono mischiate con le tracce ematiche della vittima».
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