Il Tirreno

Livorno

"Arrivederci Livorno", il saluto del comandante dei carabinieri Riccardi

di Lara Loreti
"Arrivederci Livorno", il saluto del comandante dei carabinieri Riccardi

Il colonnello scrittore trasferito a Roma: due anni stupendi «Città sicura, ma occhio al porto e ai rischi del riciclaggio»

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LIVORNO. Se esiste un mal d’Africa, quella sensazione di nostalgia, cantata da Battiato, che rapisce chi ha visitato il continente del Sahara e desidera tornarci, c’è anche un mal di Livorno: le risate, le vetrine delle gallerie d’arte del centro, il mare, il cielo, il rosso dei tramonti, così ben pennellato da Renato Natali in alcuni dei suoi quadri più famosi. Il colonnello Roberto Riccardi giura che è così. «Esiste questo malessere, e io lo sto provando», dice il comandante provinciale dei carabinieri, alla vigilia della partenza da Livorno, che si accinge a lasciare, trasferito a Roma. Lì, nella capitale, ricoprirà il prestigioso incarico di capo ufficio stampa al Comando generale dell’Arma. Un compito trampolino, preludio di ruoli ancora più importanti. Ma in questi ultimi giorni livornesi, il colonnello-scrittore, autore di romanzi storici e noir apprezzati al livello nazionale, non può e non vuole nascondere quella scia di dispiacere che lo seguirà sull’Aurelia, nel percorso verso Roma. E con il Tirreno passa in rassegna i momenti salienti di quelli che ha definito «2 anni meravigliosi».

Colonnello Riccardi, chiunque trascorra un periodo a Livorno ci lascia un pezzo di cuore. Che cosa ha di così irresistibile la nostra città?

«Più che bella è affascinante. E ad esercitare appeal sono la storia, le storie, i colori, le loro sfumature nei diversi momenti della giornata. Ma la vera anima della città sono le persone. La gente qui è interessante, divertente, ospitale. Basta entrare in un negozio per vedere che subito, al primo sguardo, è possibile rompere le barriere e fare una battuta, oppure riceverla. Ti senti a tuo agio e simpatizzi in fretta. Io qui lascio tanti amici, non solo tra i colleghi. E poi Livorno è una città a misura d’uomo, dove la qualità della vita è alta. Senza contare la presenza del mare, che per me, che sono di Bari, è fondamentale. Quante volte, in pausa pranzo, ho afferrato lo zainetto e via, di corsa all’Accademia a fare un tuffo e rigenerarmi al sole».

Che idea si è fatto della città, dal punto di vista della sicurezza?

«Livorno è abbastanza tranquilla, la situazione più critica è data dalla microcriminalità. E poi c’è il porto: nei giorni scorsi c’è stata l’operazione che ha portato al sequestro di 134 chili di cocaina. C’è un’organizzazione legata alla droga che ruota intorno al porto: il nostro sequestro è stato importante e su questo punto ci sono indagini».

Quali sono i settori della sicurezza su cui si potrebbe porre maggiore attenzione?

«Si può sicuramente monitorare il fenomeno del riciclaggio, affinché non attecchisca. Noi abbiamo portato avanti un’indagine sull’usura, altro settore delicato. E poi meritano attenzione in generale i reati contro il patrimonio, che possono fiorire in un tessuto dove ci sono problemi economici e sociali. Ma in città i reati sono in calo e problemi particolari non ce ne sono».

Soddisfazioni e rimpianti?

«Le soddisfazioni professionali sono tante: dall’omicidio di Francesco Della Volpe, che ha avuto una svolta dopo 24 anni con l’arresto del cognato Ernesto Fiumicello, al delitto Giuseppe Raucci di Tirrenia fino alle operazioni che hanno portato a risolvere casi come le 13 rapine ai supermercati, i furti a raffica di scooter e di pannelli solari».

E rimpianti?

«Quando chiudi un’esperienza metti un punto e basta. Stiamo facendo tante indagini importanti, i cui frutti si raccoglieranno in futuro, sotto il comando del mio successore (il colonnello Alessandro Magro ndr). Al livello personale, invece, il rimpianto è non essere rimasto più a lungo in questa città che amo, ma qui vorrei comprare casa...».

Lei è uno scrittore di successo, che ruolo ha avuto Livorno nella sua produzione letteraria?

«Ho scritto due libri in città: “La firma del puparo” e “Il prezzo della fedeltà” su Giuseppe Giangrande, uscito a primavera. Il primo, in verità, quando arrivai due anni fa, era già chiuso, ma io l’ho riaperto per inserire Livorno in alcuni capitoli».

E quando la nostra città sarà la location esclusiva di un suo romanzo?

«L’idea c’è, ma per ora è solo nell mia testa: vorrei scrivere un noir, ambientato a Livorno, che ruoti intorno al mondo dell’arte. Sono un appassionato: in questi due anni, tra mercatini e gallerie, ho acquistato 80 quadri, per la maggior parte di autori livornesi: una vera collezione che porterò con me».

Il prossimo libro in uscita?

«Sarà pronto nel 2017: parlerà degli anni Settanta, tra terrorismo e spionaggio, con accenni alla guerra fredda e alla seconda guerra mondiale».

Un consiglio da dare ai livornesi?

«Di godersi la città, cosa che peraltro già fanno, e di studiarne più a fondo la storia, che è ricca e bella. Durante il mio periodo qui, sono scomparsi Carlo Azeglio Ciampi ed Elio Toaff,due personaggi chiave del Novecento».

Cosa le mancherà di più?

«I paesaggi, la Terrazza in testa, i budini di riso e la torta».

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