Il Tirreno

Livorno

«Occupa l’alloggio popolare per trasformarlo nella maxi casa», via al processo

di Federico Lazzotti
«Occupa l’alloggio popolare per trasformarlo nella maxi casa», via al processo

Livorno, la coppia di livornesi è accusata di truffa ai danni di Casalp. «Abitavano in un appartamento di sette vani e pagavano un canone 87 euro»

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LIVORNO. Già sulla carta viveva abusivamente in un alloggio popolare, al numero 15 di via Giuseppe Cambini, nella zona di Salviano, che aveva occupato dopo la morte della nonna. Ma non contento - secondo l’accusa - nel 2012 diventando proprietario attraverso un regolare riscatto dell’appartamento confinante, ha deciso di unire i due immobili creando una casa di sette vani nella quale vive tutt’ora con la compagna.

A distanza di un anno dalla denuncia dei due da parte della finanza, martedì 17 settembre davanti al giudice Marco Sacquegna è entrato nel vivo il processo nel quale sono imputati Massimo Sarti, 52 anni, e la compagna Cristina Vitiello, 40, accusati di truffa aggravata ai danni dello Stato e dove Casalp si è costituita parte civile rappresentata dall’avvocato Gabriella Fusco.

La storia del presunto raggiro inizia nei primi anni Duemila quando la nonna del cinquantaduenne, assegnataria della casa popolare, muore e il nipote continua a vivere nell’alloggio pagando 87 euro al mese. «Si è trattato di un abuso - è la ricostruzione della Procura - visto che l’uomo non aveva mai ottenuto l'autorizzazione al subentro».

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A nulla è servita anche un’ordinanza di sgombero da parte del Comune. Anzi, il 10 settembre del 2012, per successione testamentaria, lo stesso Sarti si era ritrovato proprietario dell'appartamento confinante ma aveva continuato ad abitare nell'alloggio popolare. E per non risultare proprietario ha simulato la donazione dell’immobile alla compagna. A quel punto, siamo a marzo 2013, la coppia, difesa in aula dall’avvocato Riccardo Finoccki, ha effettuato dei lavori di ristrutturazione unendo la casa popolare con quella di proprietà e creando un immobile di sette vani.  Secondo gli inquirenti, al termine dell'inchiesta, le prove erano talmente evidenti da spingere la Procura a chiedere il rito immediato. Il che si è tradotto in un rinvio a giudizio automatico, senza bisogno di passare dall'udienza preliminare.

A dare impulso all'inchiesta, almeno secondo quanto riferito dalla finanza, sarebbe stato proprio l'intervento di ristrutturazione dell'immobile di proprietà che era stato donato alla donna: nella documentazione presentata all'ufficio ediliazia privata del Comune, l'uomo si era dichiarato unico proprietario oltre che referente dei lavori e questo, per la finanza, è la dimostrazione che la donazione fosse fittizia. Inoltre, sempre per gli investigatori, la coppia si è ritrovata a vivere in una casa dalle dimensioni raddoppiate pagando un canone molto basso, riservato a persone economicamente indigenti. Nonostante nel 2013 avesse conseguito un reddito complessivo di 41 mila euro lordi.

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