Il Tirreno

Livorno

«Se Manzoni avesse scritto in livornese...»

Bruno Gambarotta, 79 anni, al festival dell’umorismo
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Bruno Gambarotta, 79 anni, al festival dell’umorismo

Bruno Gambarotta: «Per i Promessi Sposi, i “panni” avrebbe dovuto sciacquarli ai Pancaldi o al moletto di Ardenza anziché in Arno»

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LIVORNO. «I “Promessi sposi”? Quanto sarebbe stato meglio se il Manzoni invece di sciacquare i panni in Arno, li avesse sciacquati ai Pancaldi o al moletto di Ardenza…». Non lasciatevi trarre in inganno dal volto di Bruno Gambarotta, un cesto einsteniano di capelli bianchi e un paio di baffi ancor più candidi: affilati come lame i modi cortesi di questo piemontese che in tv ha fatto di tutto un po’, dal cameraman all’ “inventore” di programmi. Salvo infilzare, con raffinata arguzia di scrittore, l’esoterismo di Dan Brown (con “Codice Gianduiotto”) o i tic della letteratura gialla (con “Non si piange sul latte macchiato”).

Perché ce l’ha col Manzoni neanche fosse un liceale alle prese con la maturità?
«Inzuppando il suo libro nell’Arno ha dettato per la lingua italiana uno standard che risente delle leziosaggini del fiorentino: una lingua che non esiste. Vuoi mettere con i sapori urticanti del livornese?».

Oggi lei sarà sul palcoscenico del festival dell’umorismo: ore 19,30, piazza del Luogo Pio, in tandem con Mario Cardinali per una sorta di gran finale. Sta cercando di lisciare il pubblico?
«In realtà, io Livorno la conosco fin da bambino. La prima volta ci sono venuto nel ’47. Mia zia, che in pratica era quasi una vice-mamma, ha sposato un livornese: abitavamo in via de Larderel, non passava estate senza che venissi qui da voi: mi portavano a giro sulla canna della bici...».

La città azzerata dalle bombe risorgeva dal nulla...
«Mi piace la vostra verve anarchica: più ponce che apericena, no? E poi glielo dico da tifoso del Toro: è il Livorno l’altra squadra che mi appassiona».

È la maglia: il granata è così vicino all’amaranto...
«È soprattutto per il carattere che storicamente contraddistingue le due squadre: compagini operaie, senza fronzoli. L’esatto contrario della signorilità, mi spiego?».

Lei astigiano, Cardinali livornese: “Senza Asti né Livor”, come recita il gioco di parole del titolo...
«Lo dicevo prima parlando del Manzoni e immaginando il livornese come base dell’italiano al posto del fiorentino. Non è quel che ha fatto il Vernacoliere col vernacolo? Quassù da me a Torino non se ne vedono molte copie girare: colpa del fatto che ci vergogniamo. Io per salvarmi la reputazione compro Playboy e poi infilo il Vernacoliere lì dentro ben nascosto».

Dia lei l’identikit del giornale satirico livornese, lei che è piemontese e usa un linguaggio e uno stile lontani le mille miglia dal suo.
«Quando penso all’irriverenza del giornale di Mario Cardinali, mi viene in mente una gag strana. L’autorità costituita, diciamo la polizia, sta davanti a una porta e stanno facendo di tutto per stanare il tizio che sta lì dentro. Le provano di tutte, e da ultimo l’agente grande e grosso prende la rincorsa per sfondare l’uscio a spallate ma all’improvviso la porta si apre e la sua corsa finisce malamente contro la parete in fondo al corridoio...».

Lo ammetta, la censura è un bel carburante per chi vuol irridere...
«In effetti, mi sento di augurare al padre fondatore del Vernacoliere di essere un po’ perseguitato: sarebbe come un temperino per aguzzare ancora di più la sua intelligenza appuntita...».

“Il senso del ridicolo” si chiama il festival: non esiste definizione migliore per la storia tutta livornese delle false teste di Modì.
«Lo disse fin dall’inizio Federico Zeri che altro che capolavori: erano “mamozzi”. Dovrebbe stare nei libri di scuola per raccontare cos’è diventata l’arte contemporanea: un circo equestre di nani e ballerine fra critici, galleristi, mercato».

PIAZZA DEL LUOGO PIO
oggi ore 19,30

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di Redazione web