Il Tirreno

Livorno

Quella lezione di economia a Beppe Grillo

di ALDO SANTINI
Quella lezione di economia a Beppe Grillo

Dai moniti a Craxi agli attacchi di Berlusconi Al comico scrisse: con la satira bisogna informare

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ALDO SANTINI. Ecco cosa scriveva a proposito di Carlo Azeglio Ciampi lo scrittore e giornalista Aldo Santini nel libro “Alla scoperta di Livorno e dei livornesi in 44 ritratti”, uscito nel 2009 ed edito da Debatte .

Dopo le vette raggiunte nella sua scalata alla Banca d'Italia, direttore generale e infine governatore, ecco le tappe politiche: primo ministro, ministro del Tesoro, presidente della Repubblica. Una carriera a dir poco sensazionale. E pensare che Carlo Azeglio Ciampi, da giovane, ottenuta la maturità classica a sedici anni, con un nove in storia e un nove in filosofia ed economia, puntava tutte le sue ambizioni sulle stellette di ufficiale della Marina.

Diventare ammiraglio: questo era il suo traguardo, desiderato anche della famiglia. E non dobbiamo meravigliarci. Ciampi è livornese doc e a Livorno, negli anni Trenta, l'Accademia Navale esercitava un fascino irresistibile sui rampolli della borghesia. Classe 1920, battezzato Carlo Azeglio perché in famiglia c'era chi voleva chiamarlo Carlo e chi Azeglio, biondo, occhi celesti, spirito laico, il liceo superato brillantemente all'istituto Francesco Saverio dei Gesuiti, Ciampi, guadagnata la maturità, affronta il duro esame di ammissione all'Accademia Navale. Duro, in particolare, quello per l'idoneità fisica. E Carlo Azeglio, contro ogni previsione, viene respinto. Per la vista. I medici diagnosticano: blefarite. Ma si trattava di una semplice infiammazione. Aggirare l'ostacolo attraverso il figlio dell'ammiraglio Bernotti sarebbe stato facile, ma Ciampi, fin da allora, odia le raccomandazioni.

Amareggiato, volta le spalle al suo grande amore. E per dimenticare l'Accademia, in ottobre bussa alla Scuola Normale di Pisa. Facoltà di Lettere. Presentando come tema d'ammissione un lavoro su Fogazzaro. E riceve il disco verde.

Siamo nel 1937. Il rettore è Giovanni Gentile, teorico dell'etica fascista. Ciampi diventa l'allievo prediletto del filosofo antifascista Guido Calogero. E nel 1940, quando si laurea in lettere greche con Augusto Mancini, dedica la tesi all'esilio perché Calogero, nel frattempo, è stato sbattuto al confino in Abruzzo, a Scanno. Sarà a Scanno che Ciampi riparerà dopo l'8 settembre 1943, fuggendo dal reparto autieri dell'Esercito. E trascorrerà alcuni mesi con Calogero, prima di varcare il fronte e unirsi all'esercito di liberazione.

Nella Livorno presidiata dagli Alleati, quella del Decimo Porto e delle "segnorine", del mercato nero, degli sciuscià, troviamo Ciampi che insegna al liceo scientifico. Fra i suoi compagni ci sono Nicola Badaloni e Umberto Comi. E' uno dei fondatori del Partito d'Azione. Si laurea anche in giurisprudenza.

Sposa una briosa ragazza emiliana, Franca Pilla, figlia di un cassiere della Banca d'Italia. Ed è lei a convincerlo di partecipare al concorso per segretario della Banca d'Italia a Livorno. Lo vince e nella sede di piazza Cavour si fa apprezzare per l'ingegno e la voglia di applicarsi, di scoprire i meccanismi della scienza bancaria.

Ma ha una pessima calligrafia: un grosso difetto in un'epoca dove si usa parecchio la penna. Viene obbligato a fare esercizi calligrafici, dopo la chiusura giornaliera. Il giovane Carlo Azeglio dimostra di avere le qualità per fare strada.

Il suo fratello maggiore Giuseppe, titolare del negozio di ottica in via Ricasoli, mi spiegava: "Fin da allora la dote più notevole di Carlo Azeglio, insieme all'intelligenza pronta, era la calma". Una dote che è servita molto a Ciampi.

Livornese purosangue, d'accordo, ma capace di tenere per sé le arrabbiature, di rimanere calmo nelle parole e nei gesti.

Ne abbiamo la prova nel 1983, dopo l'insediamento a palazzo Chigi di Bettino Craxi che Ciampi denuncia per la mancanza di volontà politica nel contenere il debito pubblico. Di qui lo scontro che spinge Ciampi a moniti sempre più gravi a Craxi e Craxi a reazioni sempre più irritate. Craxi accusa Ciampi di voler seminare pessimismo e sfiducia. E dopo il "venerdì nero" della Borsa, spara a zero sul governatore.

Ciampi, calmissimo, non fa storie: dà le dimissioni. Un gesto clamoroso. Sotto l'ombra pesante della crisi, l'Italia dei "palazzi" trema. Ciampi viene spinto a riprendere il suo posto. E Craxi dichiara che l'autonomia della Banca d'Italia non si tocca. E' negli anni di governatore che Ciampi conferma la sua allergia alle raccomandazioni. Se ne rendono conto i due figli, Gabriella e Claudio. Riservato, anzi riservato all'eccesso, tutto il contrario di Guido Carli, Ciampi non ha mai frequentato la Roma mondana dei vip. Rinuncia a un appartamento della Banca d'Italia restando nella sua casa di 130 metri allietata dai colori dei quadri postmacchiaioli, e quando assume la carica che era stata di Carli e di Baffi, rinuncia allo stipendio di governatore limitandosi e prendere la pensione di direttore generale.

Dopo quattordici anni di governatore, chiamato a Palazzo Chigi, decide di lasciare in cassa i sei milioni e mezzo di indennità come capo del governo. "Niente doppio stipendio", dice. E' proprio il giorno in cui riceve l'incarico di formare il governo (21 aprile 1993) che Ciampi si "guadagna" l'inimicizia, ormai notissima, del direttore generale della Banca d'Italia Lamberto Dini.

Ciampi e Dini non si erano mai amati. I loro biografi scrivono che Dini, fiorentino, gioca a bridge e adora parlare inglese, che Ciampi, livornese, gioca a scopone e predilige parlare il tedesco. Che Dini è laureato in Economia, ha studiato nel Michigan e quando volava a New York prenotava il Concord, che Ciampi è laureato in Lettere e Giurisprudenza, si è specializzato in Germania, a Heidelberg, e per le trasvolate si contentava della classe "magnifica" dell'Alitalia. Perfino quando si recavano a Basilea per la riunione dei banchieri europei, Dini scendeva all'Hilton e Ciampi allo Schweitzrhof. Insomma, Dini l'americano da sempre contro Ciampi il mitteleuropeo.

Il 27 aprile 1993 Ciampi convoca Dini per offrirgli un ministero economico. Dini non accetta: "Dovrei rinunciare a una carica alla quale tengo di più: quella di governatore della Banca d'Italia". Infatti è la regola che il direttore generale diventi governatore. Ma Ciampi, dopo un minuto di silenzio, lo fissa negli occhi e mormora: "Caro dottor Dini, credo che Lei stia coltivando un'illusione". Ciampi avrebbe voluto nominare il suo delfino, Tommaso Padoa Schioppa. Poi l'ebbe vinta il vicedirettore Antonio Fazio.

E chissà, forse scrivendo a sorpresa nel luglio 1997, una lettera al comico Beppe Grillo, che nel suo spettacolo lo aveva criticato per aver mandato tanti miliardi in fumo difendendo la lira, Ciampi ha voluto rispondere soprattutto a Fazio il quale non mancava di ricordare, nei suoi discorsi, l'episodio della lira devastata dalla speculazione. Ho sott'occhio il testo di quella lettera: "Caro Grillo, anche dal palcoscenico, con il sapiente e intelligente uso della satira, si può fare - e sempre si è fatto - opera di informazione e di critica costruttiva: "castigat ridendo mores". Apprendo che nel suo spettacolo vengo presentato come un improvvido dilapidatore del pubblico denaro per gli interventi in valuta estera che la Banca d'Italia, di cui ero governatore, fece nell'estate del 1992 a difesa della lira. I fatti non stanno così. E cercherò di spiegarlo. Prima di tutto la vendita di riserve valutarie non significa "bruciare", distruggere, dollari o marchi, ma trasformarli in lire. E Ciampi conclude: "Spero che Ella, da "buon genovese" che ha nel sangue il giusto rispetto per il denaro, abbia "sopportato" questa mia esposizione. Si abbia, in ogni modo, il mio augurio di continuare a lungo e con successo a divertire gli italiani, cercando a un tempo di aiutarli a divenire migliori". Non era mai accaduto che un banchiere, tra i più stimati del mondo, scrivesse pubblicamente a un comico.

Diventato Presidente della Repubblica nel maggio 1990 Carlo Azeglio Ciampi si è fatto amare dagli italiani per la sua correttezza di galantuomo e la sua rettitudine.

La sorte ha voluto che la sua presidenza abbia coinciso con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. La loro non è stata una convivenza pacifica. Berlusconi non ha risparmiato a Ciampi attacchi, accuse e pesanti insofferenze tentando a più riprese di forzargli la mano. Ma ogni volta, nei limiti concessigli dal suo ruolo, Ciampi ha sempre risposto a tono. E Livorno? Gli è rimasta nel cuore. Alla festa della scuola, nel settembre 2002, una ragazzina gli ha detto: "Presidente, nella mia classe ci sono tanti bambini che vengono da molto lontano". E Ciampi ha risposto: "Anche a Livorno, la mia città, c'è una bella mescolanza di razze. Livorno città aperta: per la sua tradizione aperta ai traffici e all'accoglienza di persone d'ogni parte. Nel '600-700 arrivavano soprattutto dal Mediterraneo. Livorno è un esempio di accoglienza su cui, oggi, dobbiamo meditare".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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