Gioco
«Sì, sono rimasto molto attaccato alla mia Livorno»
La confessione dell’ex presidente nel libro-intervista a Levi «È nata come città-asilo, è una anomalia storica in Toscana»
LIVORNO. È ben noto il rapporto che lega Ciampi alla sua città d'origine. Non si è mai visto nel nostro Paese un capo dello Stato che rivendicasse così caparbia-mente e così ostinatamente le proprie radici, al punto che il suo tifo per la squadra amaranto è diventato lo spunto per una serie di gag radiofoniche di un noto showman-imitatore.
Lo conferma anche, fin dal titolo, la sua autobiografia “Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi”. In quelle pagine Ciampi dice che «Livorno è, in Toscana, una anomalia storica» fondata «come città-asilo». E aggiunge: «L'avervi vissuto, in anni cruciali per lo sviluppo della personalità, voleva dire avere respirato l'aria di un luogo da sempre crogiuolo, come mi è capitato di affermare, di mille diversità: di storie, di culture, di costumi, di tradizioni. Non poche di queste tradizioni avevano radici nella diversità di credo religioso. (...) L'essere nato livornese mi disponeva a riconoscere nella libertà religiosa un diritto fondamentale, inviolabile, della persona, del cittadino, e questo mi sembrava dovesse essere un carattere fondante della nostra nuova, giovane democrazia».
Nello stesso libro-intervista Ciampi ricorda cos'erano per lui Livorno e il mare: un tutt'uno.
«Si cominciava a fare i bagni a maggio e si finiva a ottobre. Per me – tiene a sottolineare l’ex presidente – il mare era tutto, non concepivo una villeggiatura fuori Livorno. Infatti non si andava fuori Livorno; per star più comodi, si pigliava in affitto un appartamento sul mare, per evitare trasferimenti, per non dover pigliare il tram per andare al mare da casa mia, una distanza di poco più di un chilometro».
Poi, parlando del ritorno a Livorno ai primi di ottobre del '44, dopo esser stato congedato dall'esercito, ricorda: «Trovai una città semidistrutta. Era stata dichiarata zona di guerra già dai tedeschi, confermata dagli americani, il centro quindi era stato completamente evacuato (…). La distruzione era nell'ordine del 70% delle case, forse superiore nella zona del porto. L'abitazione della mia famiglia era in piedi, ma era stata lesionata, cosicché l'appartamento di mio padre non era abitabile. I miei genitori si fermarono a Castiglioncello, dove la famiglia faceva base. Io e mio fratrello, il lunedì mattina, in bicicletta da Castiglioncello ci incamminammo verso Livorno».
Infine, al giornalista che gli chiede se sente ancora Livorno come la sua città, Ciampi risponde: «Sono rimasto molto attaccato a Livorno. Sono rimasto sinceramente livornese, anche se ho perso molti dei modi di fare dei livornesi, ad esempio il modo di parlare, il "deh" livornese. Il livornese dice "deh" ogni cinque minuti. Sono poco livornese nei comportamenti, i livornesi sono rumorosi per natura, parlano a voce alta. Il popolo livornese è immediato, dice la parola forte, bestemmia. La bestemmia non è una bestemmia, è un intercalare». (es.z.)
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