Il Tirreno

Livorno

Nel tunnel segreto in barca dall’Adriatico fino al mar Tirreno

di EMILIO SALGARI
Nel tunnel segreto in barca dall’Adriatico fino al mar Tirreno

“I naviganti della Meloria”: Salgari come Verne un canale sotterraneo che passa sotto l’Appennino

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Ecco alcuni brani del romanzo di Emilio Salgari dal titolo “I naviganti della Meloria” pubblicato dall’editore Donath nel 1902 con lo pseudonimo Enrico Bertolini

di EMILIO SALGARI

Vuotate le tazze, padron Vincenzo si levò dalla larga fascia rossa che gli stringeva i fianchi, la famosa pergamena, dicendo: «Ecco il documento, dottore. Lo abbiamo pescato verso la mezzanotte, fra la punta settentrionale dell'isola Bacucco e la foce del Brenta, ad una profondità di ventidue braccia. Era racchiuso in due forzieri, uno di quercia e l'altro d'acciaio che abbiamo aperti dopo non poca fatica». Il signor Bandi s’impadronì con vivacità della pergamena, l'aperse e avvicinatosi alla finestra vi gettò sopra uno sguardo ripieno di curiosità. I due pescatori, ritti di fronte a lui, lo guardavano in silenzio, spiando ansiosamente le contrazioni del suo viso.

Mentre il dottore divorava avidamente le righe del documento, uno stupore impossibile a descriversi si dipingeva sui suoi lineamenti.

Scuoteva il capo, aggrottava la fronte, dilatava le pupille e delle esclamazioni di meraviglia di quando in quando gli sfuggivano. Quando ebbe terminato, fissò i suoi sguardi sui due pescatori, esclamando: «Quale fortuna per l'Italia, se fosse vero...».

«Si tratta d'un tesoro immenso?», chiese lo slavo, aggrottando la fronte, udendo parlare dell'Italia.

Il dottore fece colla destra un gesto che voleva significare: «Altro che tesoro...».

«Parlate, signore», insistette lo slavo. «Vi sono dei milioni da raccogliere, è vero?».

«Dei milioni?... E di che cosa?»

«D'oro!».

Il dottore proruppe in una risata. «No, non si tratta d'oro», disse poi. «Se però esistesse realmente questa galleria sotterranea, vi ripeto che l’Italia guadagnerebbe una fortuna tale che centinaia di milioni non basterebbero a pagarla».

«Una galleria sotterranea!», esclamarono i due pescatori.

«Sedete ed ascoltatemi», disse il dottore. «Avete voi osservato il disegno che si trova in mezzo al foglio?».

«Sì, dottore», rispose padron Vincenzo.

«Non avete indovinato di che cosa si tratta?».

«Ma... mi parve il tracciato d'un qualche canale». (…)

IL CAPITANO GENOVESE

Nel documento si narra, – disse il dottore – che verso il 1300, ossia nell'epoca in cui maggiori erano le rivalità fra le due repubbliche di Venezia e di Genova, alcuni palombari, nel cercare di rimettere a galla una nave genovese, affondatasi nei pressi di Lerici, in quella minuscola insenatura che forma la punta di Maralunga, scoprivano a sei metri di profondità una vasta apertura che sembrava una vera galleria. Il capitano della repubblica genovese, Luigi Gottardi, avuto sentore della scoperta, volle vedere di cosa si trattasse e d'accordo con altri quattro suoi compagni, intraprese l'esplorazione.

Dice questo capitano, che entrato nella galleria, si trovò dinanzi ad una caverna marina di dimensioni tali, da poter permettere il passaggio ad una galera anche di grandi proporzioni e che, a quanto pareva, non doveva essere stata scavata dalla mano umana.

«Quella scoperta sarebbe stata l'ispirazione d'un progetto grandioso, degno dei Romani, e cioè di aprire un canale sotterraneo fra il mare Tirreno e l'Adriatico, per facilitare ai genovesi l'invasione delle terre della repubblica veneta non solo, ma di permettere loro anche di sorprendere inaspettatamente la Regina di quel mare».

«Per centomila tonni e pescicani!», esclamò padron Vincenzo. «Cosa dite, dottore? Quell'audace capitano voleva sorprendere Venezia?».

«E ci sarebbe certamente riuscito, mio bravo lupo di mare, se circostanze inaspettate non glielo avessero impedito. Venezia non avrebbe certamente potuto resistere ad una flotta che fosse improvvisamente comparsa nelle sue lagune».

«Ma da dove?».

«Da un canale sotterraneo comunicante col Tirreno».

«Quale idea?».

«Splendida, Vincenzo».

«Ma bisognava scavarlo, quel canale».

«È stato scavato».

«Eh! Volete scherzare, dottore?».

«Vi dico che il capitano Gottardi lo ha fatto scavare, e che deve esistere ancora».

«Mi stupite, dottore».

«Ascoltatemi, Vincenzo. Il documento narra che il capitano Gottardi, ricchissimo, ideato il grandioso progetto, lo mise in esecuzione, aiutato da cinquecento schiavi africani. L’enorme lavoro sotterraneo fu compiuto in otto anni e felicemente, a quanto sembra, aprendo un tunnel capace di permettere il passaggio alle più grosse galere, e terminante presso Brondolo. Sembra che nessuno avesse avuto sentore della grande opera sotterranea, avendo il capitano Gottardi avuta la precauzione, dopo terminati gli scavi, di ricondurre tutti gli schiavi in Africa e d'internarli nel deserto e di far giurare, ai suoi pochi compagni genovesi, di mantenere scrupolosamente il segreto. Qui però la cosa diventa un po' oscura» (…).

NEL SOTTOSUOLO: PERCHÈ?

Le grandi corazzate moderne non dovevano avere alcuna difficoltà a percorrere quel mirabile tunnel, bastando togliere l’alberatura, già ormai di ben poca utilità.

«Quale meraviglioso lavoro! – esclamava di tratto in tratto il dottore, pur non cessando di arrancare – E dire che nessuno dei nostri moderni ingegneri ha mai pensato all’immenso vantaggio che ricaverebbe l’Italia da un simile canale!».

«È vero, dottore – rispondeva padron Vincenzo – Vi è però una cosa che mi sorprende».

«E quale?».

«Perché il capitano Gottardi ha preferito scavare un canale sotterraneo, anziché aprirlo sopra? Mi sembra che la cosa potesse riuscire più facile».

«Forse v’ingannate, padron Vincenzo».

«E per quale motivo?».

«Innanzi a tutto il capitano Gottardi mirava a sorprendere la Regina dell’Adriatico, ciò che non avrebbe certamente potuto fare aprendo un canale visibile a tutti».

«Questo è vero».

«Poi credete che non avrebbe trovato dei grandi ostacoli? Quanti uomini e quali enormi somme avrebbe costato il taglio degli Appennini? Da Spezia a Sassuolo il terreno è quasi tutto montagnoso».

«Ne convengo, dottore».

«E poi un canale sotterraneo ha il vantaggio di non poter venire ostruito senza affrontare immese difficoltà».

«Mentre se fosse stato scavato sopra suolo, con poche torpedini sarebbe stato facilmente chiuso alle navi», disse padron Vincenzo.

«Precisamente, amico mio. Il nemico che potesse impadronirsi d’un punto qualunque del canale non si troverebbe imbarazzato a renderlo inadatto alla navigazione. Basterebbero poche mine per rovinarlo».

«Ah! Dottore! Noi ci siamo dimenticati una cosa», disse Michele, che ascoltava attentamente i loro discorsi.

«Che cosa vuoi dire?».

«Che non abbiamo ancora dato un nome a questo canale».

«Per Bacco!... Hai ragione, Michele – disse padron Vincenzo – bisogna battezzarlo».

«Gli daremo un nome che ricordi qualche vittoria delle squadre navali della repubblica genovese», disse il dottore.

«Quale?».

«A voi: canale della Meloria».

«Vada per la Meloria!», dissero i due pescatori.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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