Gioco
Nel cuore del porto, il tesoro nascosto dell’industria che fu
Livorno, mezzo milione di metri quadri di spazi ormai vuoti: recuperarli è importante ma difficile, ecco perché
LIVORNO. I dipendenti di Trinseo l’hanno detto fin dal primo momento, quando ancora i plenipotenziari della multinazionale Usa stavano dando l’ultimo giro di chiave per chiudere definitivamente il cancello dell’impianto di via Galvani: chi prende le aree prende noi lavoratori. Occhi puntati su questi 113.800 metri quadri a un palmo dal Canale Industriale e soprattutto dalla Sponda Est e dalla Darsena 1.
Ma questo non è che l’ennesimo caso di spazi che, destinati all’industria con la svolta degli anni ’20-30, adesso si trovano tagliate fuori dall’utilizzo industriale e rischiano di precipitare nella categoria delle aree dismesse: il “regno del nulla”, zone fantasma che spalancano buchi neri nella geografia del territorio. Praticamente una calamita di degrado: non c’è che da sommarle l’una all’altra per accorgersi che stiamo parlando di uno stock di quasi mezzo milione di metri quadri di spazi svuotati di attività, funzioni, lavoro.
Un altro esempio? Basta tornare sull’altro lato di via Leonardo Da Vinci: l’ex Carbochimica – 113 metri di affaccio sul Canale industriale e una profondità tripla alle spalle del ciglio banchina – chiusa una dozzina di anni fa lasciando per strada una cinquantina di addetti. C’era qui una volta la raffinazione del catrame per produce pece da usare nella fusione dell'alluminio. Una parte l’aveva acquisita la Toscopetrol, il resto la FederPetroli che attraverso una propria società l’aveva poi passata a Enital: obiettivo di quest’ultima era insediarvi una centrale a biomasse ma tutto è finito per ora in un contenzioso a colpi di carte bollate (che cinque anni fa aveva visto perfino il sequestro dell’area da parte del giudice).
DAI SURGELATI AL NULLA . Basta andare, sempre lungo il Canale Industriale, sull’altro lato della Sintermar, per trovare un altro ritaglio di porto fantasma: l’ex Giolfo & Calcagno, industria di prodotti ittici surgelati. Da cinque anni è un monumento al nulla grande 27mila metri quadri e oltre 80 metri di banchina: risulta abbia 7mila metri quadri di celle frigo pressoché nuove. L’Authority ha provato ad avanzare una proposta d’acquisto alla commissaria liquidatrice dell’ex complesso industriale di una società genovese. Risultato: nessuno. Contano di ricavare più soldi ma intanto finora senza esito. E Palazzo Rosciano continua a restare lì con la sua proposta.
L’ex industria del pesce è all’imboccatura del Canale Industriale, sulla sponda dirimpetto ecco la Calata del Magnale con i mille acciacchi d’una banchina che forse non viene giù ma quasi. In ballo l’appalto per consolidarla, ma il problema vero presto si rivelerà un altro: l’Enel ha annunciato che non sa più cosa farsene della centrale del Marzocco. L’ha chiusa e, nel giro di breve tempo, presumibilmente cercherà di venderla così come ha fatto con altre centrali dove ha deciso di spegnere l’interruttore. Il fabbricato anni ’60 ha volumi enormi e anche la superficie non scherza, visto che si tratta di 110mila metri quadri.
Non c’è da fare tanta strada per arrivare alla Cementeria: la Cementir l’aveva venduta alla Sacci nel ’92, poche settimane fa il colosso della famiglia Caltagirone l’ha ricomprato insieme a tutto il gruppo. Resta da capire se e quanto il passaggio di proprietà possa dare un futuro allo stabilimento. L’incognita pesa anche sul futuro di altre realtà: sembrano risolti i guai che avevano angustiato, sempre in zona Canale Industriale, il Reefer Terminal (con l’ingresso di Friultrasporti nella società della Compagnia portuale) e vede qualche luce di speranza anche la Grandi Molini, che ha un grosso impianto a ciglio banchina.
Ma il rebus è se possibile più ingarbugliato per le aree di Paduletta: sono affittate fino al 2028 alla Cilp, la società di Neri-Negri in tandem con i portuali, ma la proprietà è della Spil, la società controllata dal Comune di Livorno che in seguito al grave appesantimento dei conti per realizzare il parcheggio Odeon è ora davanti a un bivio per salvarsi: o riesce a vendere al Comune le sue case (affittate a canoni bassi), dunque una sorta di iniezione finanziaria extra a piè di lista, o deve mettere sul mercato le aree che le restano a Paduletta. Anche qui l’Authority ha provato a metterci il naso: ne ha già acquistate una bella fetta pagandole una cifra attorno ai 3 milioni di euro per favorire il rilancio industriale, ma ha provato ha fare un’offerta anche per il resto. Finora però a vuoto: troppo distanza fra quel che Spil conta di ottenere da queste “zolle d’oro” (però già affittate a lunga scadenza) e quel che l’Authority può tirar fuori (sulla base di una perizia dell’Agenzia delle Entrate).
MOSSE SULLA SCACCHIERA. A un tiro di sasso da quella zona c’è un altro tassello-chiave in quello puzzle che si gioca quasi tutto nel cuore del Porto industriale. È l’area Fs che un tempo si chiamava Cantiere Iniezione Legnami: 82.500 metri quadri alle spalle della Sponda Est. Esattamente in una zona sulla quale, secondo informazioni raccolte a Palazzo Rosciano, l’Authority ha intenzione di puntare per riorganizzare l’intero panorama di quest’intero angolo di porto. Come? Più piazzali per Lorenzini alle spalle della banchina della Sponda Est dando in cambio all’Authority i 45mila metri quadri fra la banchina della Calata Neghelli e i piazzali dietro la Addis Abeba. A che serve? A fare un grosso polo con Lorenzini sulla Sponda Est e avere nuovi spazi per le “autostrade del mare” là dove il Prg le ha messe: Darsena 1.
LA FAME DI SPAZI. Da questo susseguirsi di flash su ciascun pezzetto del Porto industriale emerge l’esigenza di governare questo mezzo milione di metri quadri inutilizzati (o quasi). Proprio mentre la (positiva) crescita dei traffici sta innescando una “fame” di spazi con una sfilza di problemi a cascata. Soprattutto sul fronte delle “autostrade del mare”: si pensi al continuo scontro fra i big Onorato e Grimaldi (su scala nazionale ma è qui da noi la battaglia campale) o al caso del Lucarelli Terminal che non ha banchine adeguate.
Attenzione a non dimenticare i vincoli delle bonifiche. Soprattutto per due di questi tasselli del mosaico portuale che abbiamo disegnato: l’uno è la centrale Enel, per la quale vale ancora la vecchia procedura nazionale del cosiddetto “Sin”; l’altro è l’ex Iniezione Legnami delle Fs dove si utilizzava creosoto, un impregnante per le traversine sospettato di esser cancerogeno. L’esperienza di Trw e, ancor di più, di Delphi – fabbriche metalmeccaniche entrambe chiuse – insegna che è semplice solo in teoria capire chi paga i costi della bonifica. Nel senso che tocca a chi ha inquinato, ma prima di riuscirci effettivamente ce ne vuole.
A quanto risulta da informazioni peraltro in attesa di riscontro, anche la stessa vicenda della fabbrica Trinseo, l’ultima a chiudere, ha qualche risvolto di questo tipo: la Trinseo è l’ex Styron nata da una costola di Dow Chemical e acquisita da Bain Capital, quintessenza del capitalismo Usa (per qualche anno guidata da Mitt Romney, avversario di Obama nella corsa per la Casa Bianca). Ma, secondo informazioni raccolte in ambito sindacale, le difformità di interpretazioni su alcuni costi, inclusa la bonifica, avrebbero portato a un contenzioso legale fra la Dow e la nuova società.
LE NAVI SENZA “FRENI”. Fin qui abbiamo guardato a terra: fra gru, industrie e piazzali. Si scopre l’acqua calda a dire che è però il mare a determinare parte di quel che avviene fra banchine e retrobanchine. Ne sa qualcosa il terminal a ridosso della Darsena Ugione quando, siccome avrebbe avuto l’accosto all’altezza della “curva” d’ingresso nel Canale Industriale, si è visto prescrivere un vincolo di sicurezza. Già, perché le navi non hanno freni o ruote sterzanti, dunque la logica non è la stessa che si segue al volante di una Panda.
Per questa ragione, ad esempio, chissà se sarà confermata l’idea di destinare l’area ora Enel ai prodotti forestali: difficile però che l’attuale banchina Enel possa trasformarsi in accosto senza ritagliarne via un pezzo. Il perché è presto detto: siamo a ridosso del bacino di evoluzione e lungo l’accesso. Qualcosa del genere potrebbe dirsi anche per Giolfo & Calcagno. Senza contare che il Canale Industriale ha limitazioni di sicurezza quando entrano e escono le navi dirette ai depositi costieri. E non è tutto. Il problema dei fondali non c’è mica solo per le grandi navi portacontenitori in Darsena Toscana. E il dragaggio del Canale Industriale è un calvario: ne abbiamo avuto la riprova nel 2003.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
