Sicurezza
«Ina pianse e mi baciò poi è sparita»
Il dramma di Maria Libera, 170 chili e inferma «Da anni sono imprigionata al terzo piano»
LIVORNO. «Che lacrime versò Ina a casa mia. Che pianti. Come si fa a vivere in queste case? ci disse, baciando mia madre e abbracciandola. Uscì anche una paginata sul giornale in cui si raccontava il dolore dell’assessore e la sua commozione dopo averci fatto visita e aver scoperto le condizioni disastrate di altri alloggi della Chiccaia. L’avete più vista voi?».
Sara Iacobone è figlia della signora Maria Libera. Da oltre vent’anni sono assegnatari di un appartamento al terzo piano del civico 66. Due camere mangiate dalla muffa, un bagno completamente scrostato, i muri anneriti dall’umido e bagnati come se avesse piovuto dentro, una cucina e un corridoio invasi di scatoloni. C’è pure un foro sul soffitto, che si affaccia direttamente nel sottotetto. In tutto 40 metri scarsi in cui vivono con sorprendente dignità in quattro: Sara con sorella, fratello e la madre.
Capire come sia possibile che questa famiglia sia ancora prioginiera della Chiccaia è un rebus a cui nessuna logica può dare una risposta sana. Perché la signora Maria Libera oltre ad essere invalida al cento per cento, è inferma. Non può muoversi da sola. Non può muoversi su una carrozzina, perché la carrozzina non passa dalle porte. Non può uscire di casa, perché la carrozzina non può volare sui tre piani di scale.
Da anni l’unico tragitto che fa nelle sue giornate è camera-cucina-camera e letto-divano-letto. Per percorrere quei tre metri devono prenderla in braccio in due, tre persone sostenendo gli oltre 170 chili che si porta addosso.
«Sono prioginiera di questa casa - racconta Maria Libera -. Mi sento presa in giro. Quando l’assessore Dhimgjini venne a trovarci, ormai due anni fa, mi riempì di abbracci e pianse. Pianse per me e pianse per tutti quelli che abitano qui. Ma non è cambiato niente: dal 2014 al 2016 in tanti abitiamo ancora qua e nel frattempo le condizioni di queste case sono peggiorate. Guardi quel tetto: un giorno è venuto giù tutto».
«Se c’è un terremoto io qua ci schianto - continua -. Non mi muovo, sono 170 chili, ho avuto due paralisi, ho una gamba più corta e ferri nel ginocchio. Quando devo andare in ospedale vengono a prendermi con la sedia motorizzata, l’agganciano alle scale e mi portano giù. Stop. La mia vita fuori da casa finisce in quel momento».
Non perde la dignità la signora Maria Libera e neanche l’umiltà. «Non voglio un alloggio nuovo, né in chissà quale parte della città - dice -. A me basta una casa sana, senza tutta questa muffa e quest’umido che ti entra nelle ossa e ti mangia. Ma la voglio a Shangai».
Giulio Corsi
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