Gioco
«Stavo per svenire ma le 140 anime del Moby Prince mi hanno spinto»
Livorno, Sandro Lulli racconta la sua impresa in canoa per le vittime del Moby Prince: «E adesso buttiamo giù il muro dell’omertà»
LIVORNO. Un signore che si aiuta con le stampelle mi fa un gesto. Gli vado incontro. Ha la pelle del viso così bianca che il sole abbacinante la fa sembrare quasi trasparente. Camicia azzurra, il capo coperto da un berrettino candido. Mi abbraccia, ricambio. Mi ringrazia, singhiozza. Mormora il nome di sua figlia Cristina che era sul traghetto Moby Prince quel 10 aprile del 1991, quando una fiammata si portò via lei e altre 139 persone. Mi commuovo, gli stringo il viso tra le mie mani, lo accarezzo, lo rincuoro. Si chiama Enzo Farnesi, anche lui da 25 anni aspetta di sapere per quale motivo la sua "bimba" che faceva la cassiera a bordo non è più tornata a casa.
Ecco, parto da qui, dalla fine. Perché è nella fine, in questi tre minuti con Enzo che mi hanno graffiato l'anima, all'Andana degli Anelli, in questa sorta di anfiteatro romano dove il vero gladiatore è Loris Rispoli - che ha perso la sorella, Liana e lotta ancora come il primo giorno - che stanno racchiuse le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi la “Rotta per la verità”. E pensare che tutto ciò è servito a far sentire meno solo anche una delle centinaia di parenti delle vittime per me, Loris, Elisabetta (Arrighi), Marco (Solimano), Francesco (Gazzetti) è il massimo che potessimo chiedere, con la speranza - è ovvio - che si rompa il muro dell'omertà, che qualche segnale di satellite venga tirato fuori da un cassetto, che qualcuno trovi il coraggio di dire «guardate che…».
Ho detto di Enzo, ma avrei potuto dire di Stefania Sini: accompagnò il marito al traghetto e non lo vide più. Anche lei era in lacrime, anche lei mi ha stretto a sé, anche lei si è sentita meno sola: talvolta nella vita impari più in un minuto che in dieci anni, impari più studiando in questa sorta di Bignami del dolore, che in cento libri. Ora c'è Loris accanto a me, sono provato. Ci guardiamo: abbiamo fatto ciò che volevamo fare.
Iniziò tutto a fine luglio, Festa dell'Unità, si parla del caso-Moby, c'è il presidente Lai della commissione d'inchiesta parlamentare, c'è anche la collega e scrittrice Arrighi che presenta il libro “Novemila giorni senza verità”, pagine dense di particolari dove si ripercorre davvero tutta la notte della tragedia, con le fiamme di morte che illuminarono la nostra costa. Appunto il Fuocoammare, proprio come la canzone lampedusana che il regista Gianfranco Rosi ha inserito nel suo docu-film sulle migrazioni. Io chiamo Elisabetta, lei fa lo stesso con Loris. Poi Marco Solimano - gentilissimo - Unione Canottieri Livornesi, mail alle istituzioni. Un paio d'incontri e così nasce la “Rotta per la verità”.
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Sono le 10 di sabato 27 agosto, mattino radioso, il porticciolo di Gorgona ci spalanca le sue braccia. Luca Salemmo attracca, ordini di suo padre Paolo, aiuto del fratello Alessio. C'è da fare scivolare in acqua la mia iole “Fuocoammare” (questo il nome che le ho dato). Sono teso. Dai, anche questa è fatta.
Mio figlio Vito, con la fidanzata Michela, mi passano le provviste che ha preparato la dottoressa Barbara Bissoli, stivo alla meglio. Davanti a me piazzo il borsello nero: dentro la lista con i nomi delle 140 vittime. La consegnerò a Loris. «Ragazzi io vado, mi avvio, fate con calma…».
Remo nell'acqua di cristallo, osservo le case dei pescatori costruite come in un presepe. Chissà se adesso Luisa Citti, 85 anni, unica ad abitare tutto l'anno sulla sua terra natale, mi sta guardando da quella fantastica finestra dove ha passato tutta vita e che mi ha fatto vedere quando andai a intervistarla. Da Gorgona ci son passati etruschi e romani, eremiti e frati certosini, nel '700 il Granduca ci inviò duecento contadini lucchesi di Lugliano (tantissimi della famiglia Citti) per favorire l'agricoltura sull'isola, ma di lì a poco quei poveracci impararono a pescare e diventarono formidabili uomini di mare.
Ora la vedo tutta l'isola più piccola del nostro arcipelago: stupenda. «Babbo, tira più a nord, perché il grecalino ti manda fuori rotta…». Mare buono, onda lunga. Sono felice, sento solo il rumore del carrello e il "tuc" del remo che gira nello scalmo. Un'ora e mezza se n'è andata, si fa sotto Vito. Barbara mi passa la barretta e la prima borraccia coi sali. «Tutto bene?», «Bene, bene» replico. Vito: «Babbo, rallenta un po', viaggi a oltre 4 nodi…». Si riparte, dopo poco a pelo d'acqua una bella manta e il suo piccolo sfiorano la mia iole. Alzo la mano, dalla barca Michela riesce a fotografarle. Fa caldo, le mani iniziano a bruciare.
Il piccolo e dolce inferno che sapevo d'incontrare verso le due ore e mezzo-tre inizia a spalancare le sue porte. Mi passano ancora acqua. La prendo e l'appoggio sulla maglietta rossa che mi ha dato Loris e faccio : «Barbara dammi l'acqua…». E lei: «L'hai presa…». Capisco. Rallento. Ci viene incontro il gommone coi ragazzi dell'Svs, con Loris a prua. Mi fa un piacere immenso vederli. «Sandro come va?» mi dice Loris. Scuoto la testa, bevo, inizio a bagnare il cappello. Poco prima ho barcollato, ho temuto di perdere i sensi senza dire niente.
Ma dal gommone lo capiscono che il momento è brutto e mi stanno addosso: meraviglioso. Barbara si fa riportare sotto, da Vito. «Prendi questa, è energia rapida…». Siamo oltre le quattro ore. Alla mia sinistra vedo un superyacht a un miglio, miglio e mezzo, proprio sulla mia rotta. Allerto Vito, allerto il gommone della Svs, ma anche loro avevano visto e partono verso quel pazzo che sicuramente viaggia verso nord col pilota automatico a trenta nodi. Momenti di panico. Quello scafo gigantesco non si ferma, ora è a cinquecento metri. Vito lo punta e suona, il gommone mette luci blu e sirena.Ora ha capito, rallenta, vira verso Livorno, rallenta fa ancora più onde, sarebbe bastato che sfilasse alla sua sinistra. Grida, moccoli, mani che si agitano, quel mostro nero se ne va.
«Babbo, mezz'ora al traverso della Meloria, poi altri 40 e ci siamo…». Arriva anche mio fratello Stefano con la moglie Patrizia. «Dai, dai, ci sei…». I crampi si fanno sentire, ogni volta che mi fermo e bevo, è dura ripartire. Mi si bloccano le cosce, si ritraggono le dita. Guardo le mani: disastro annunciato. Guardo la lista dei 140: mi passa tutto. Mi metto a 20 colp. i. «Babbo sei quasi a 5 nodi…», dice Vito. «Sto bene…».
Guardo la sua espressione, come dire, questo è impazzito. Lo sono in realtà senza rendermene conto. Arriva Riccardo Repetti, insieme a Giuseppe Mascambruno. Ora si vede Livorno; si cambia rotta per uscire dal transito delle navi. Allungo di tanto: diagonale sulla Meloria, poi diagonale sull'ingresso lato Torre del Marzocco. A Vito, Stefano, Svs, e Beppe dico di stare stretti e vicini. Tiro, sono felice.
«Babbo dieci minuti e ci siamo…». Sono 10' davvero lunghi, ma bellissimi. In porto l'acqua è dura, sono agli sgoccioli. Molte mani mi salutano. Doppio il nuovo pennello costruito in Darsena, vedo l'Andana degli Anelli. Indico il cielo «è per loro…». Luca Agamennoni mi aiuta, lo ringrazio, abbraccio tutti. Tutti amici veri. E poi i parenti. Mia moglie Rossella, poi Enrica, Lucia Coppini. C'è anche Andrea Morini: «Complimenti…», mi dice commosso l’assessore . Ringrazio. Stringo Loris, singhiozziamo. La maglia, i fiori, la lapide. Durante il discorso del parroco barcollo, temo di svenire. «Acqua, acqua…». Ora abbraccio Enzo, poi Stefania. Il numero rosso 140 resterà per sempre su «Fuocoammare». Grazie lo dico io a tutti, ma proprio tutti, voi.
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