Il Tirreno

Livorno

Costallli: «Tutti contro tutti, solo rabbia. Ma così non usciamo dalla crisi»

di Mauro Zucchelli
Costallli: «Tutti contro tutti, solo rabbia. Ma così non usciamo dalla crisi»

Livorno, il presidente livornese uscente conferma il gran rifiuto: macché fulmine a ciel sereno, sono mesi che lo dico «La città voleva soltanto cacciare il Pd, ma non c’è una bussola e si riparte sempre daccapo come adesso»

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LIVORNO. Una rimpatriata di ex sessantottini, a guardarla da fuori sembrava l’amarcord di un'assemblea studentesca di 40-50 anni fa con ex ragazzi ora calvi o con i capelli grigi. Sergio Costalli, 65 candeline da spegnere a marzo sulla torta di compleanno, parte da quel fotogramma per dire che non torna indietro e non ha nessuna intenzione di rimangiarsi l’idea di tirarsi fuori: il “gran rifiuto” di una presidenza del nuovo ente camerale livornese-grossetano già bell’e pronto per lui (ora sembrano in ascesa le quotazioni di Riccardo Breda, grossetano, che alla Confesercenti ha incontrato gli esponenti delle associazioni datoriali livornesi).

Costalli risponde ma ce la mette tutta per stare alla larga di gossip politico: si ritaglia il look da padre nobile. Strano solo per chi non si è accorto che, dentro il petto di ex amministratore delegato (Unicoop) e ex vicepresidente (Unipol Banca), batte un cuore di “filosofo” del riformismo cooperativistico. Non per nulla l’ultimo libro si apre con una citazione della lettera ai Corinti scritta tra le 57 sentenze sulle travi della biblioteca di Montaigne...

«E' saltata fuori di nuovo – dice Costalli – la differenza fra chi vuol cambiare davvero la società e chi è soltanto un ribelle: gli uni hanno in testa un'idea di cambiamento e una direzione di marcia, gli altri invece si limitano a reagire a qualcosa che sentono ingiusto. Più complicato è cucire insieme tante reazioni e costruirci sopra una visione complessiva».

Bel pistolotto, ma Livorno cosa c'entra?

«È la fotografia dell'oggi. Una di quelle mappe con una freccia rossa: “voi siete qui”».

Ma qui dove?

«Lei si sbaglia se pensa che io mi metta a crocifiggere il sindaco M5s Nogarin. Non gli ho fatto sconti e gliene ho dette di ogni. Ma non ha senso farne il parafulmine di tutti i guai così come non mi piace chi vorrebbe passare il bulldozer su settant'anni di governo locale della sinistra...».

Già, lei che ha una storia nella sinistra extra-Pci, che giudizio ne dà?

«Mai stato iscritto al Pci, anzi noi del Psiup eravamo un po’ come appestati: non tolleravano che qualcuno si posizionasse alla loro sinistra. Detto questo, a Livorno erano tutti del Pci e ora non c'è più nessuno. Ma su quegli anni non ho un giudizio negativo: è stata la storia che ci ha portato “dalle bombe al boom”, come abbiamo detto nella mostra che abbiamo fatto qui in Camera di Commercio. Era una città spianata, a zero: bisognava ridare una casa alla gente, chi l’ha fatto ha avuto grandi meriti».

Ma il mondo non si è fermato agli anni '50…

«La smaterializzazione è il simbolo-chiave dell’innovazione. Non esiste più il mondo in cui abbiamo vissuto fino agli anni ’70-80 e il lavoro dipendente non è più l'orizzonte in cui immaginare di giocare la propria esistenza. Ciascuno è imprenditore di sé stesso, ma in cooperazione…».

E qui da noi?

«Qui ognuno è un'isola. Regna il tutti contro tutti».

Risultato?

«Una grandissima incertezza, il domani porta paura anziché speranza».

Da isola felice a isola infelice…

«Bravi a guardarci l'ombelico. Anzi, fenomeni: e quando non ci sentiamo più al centro del mondo, ci rannicchiamo su noi stessi e stop».

Lo eravamo quando siamo stati per decenni il feudo rosso, lo siamo adesso che nella Toscana a guida Pd siamo l'anomalia M5s…

«La svolta a Palazzo Civico è nata soprattutto come anti-Pd: uno schiaffo a chi ha governato per tanti anni più che la scelta del M5s come alternativa».

In effetti, nel 2014 al primo turno i Cinque Stelle ottengono un risultato ben al di sotto di tredici mesi prima, però…

«Quel che contava era il fatto che la città voleva togliersi il Pd dai piedi e, in questa scelta “contro”, ha messo insieme tanti tasselli differentissimi. Non una idea di futuro. E oggi Livorno soffre di questo: su ogni problema bisogna mettersi a discutere quasi da zero per capire da che parte andare. È come se avessimo un contenitore di malcontento: sappiamo quel che non vogliamo e basta».

Colpa forse anche del crescere della diseguaglianza e del concentrarsi della ricchezza.

«In realtà, è come se la “stanza dei bottoni” fosse evaporata. Non c’è più una maggioranza che guida qualcosa: c’è una costellazione di minoranze arrabbiate che guardano solo a obiettivi immediati».

Tradotto?

«Sparisce la speranza condivisa, l’idea di una dimensione collettiva: ribellarsi è il primo passo ma se non c’è nessuno che costruisce una sintesi, siamo destinati a restare lì».

Non rimpiangerà mica il comitato centrale e le liturgie di partito?

«L’ho detto che non ho un dna Pci. Ma bisognerà pure che qualcuno si accorga che il sistema ci ha preso la mano: c’è una sorta di turbo-capitalismo che ha vita propria, come se corresse per via di un algoritmo che neanche sappiamo più qual è».

Nostalgia di Prima Repubblica?

«Forse si sente che vengo da quella storia. Ok, ma ditemi perché al maggiore partito della città, da sempre al governo, c’è voluto tanto tempo per trovare un candidato sindaco. Di più: perché i maggiorenti della città si sono ben guardati dallo scendere in campo? perché restano alla finestra?

Anche lei adesso vuol mettersi alla finestra: d’improvviso, con un colpo di teatro...

«D’improvviso no. L’ho detto e scritto già a febbraio che, di fronte a questa riforma delle Camere di Commercio, non restava che riconsegnare le chiavi al premier. L’ho ridetto e riscritto a inizio luglio: non è stato un fulmine a ciel sereno».

Forse la Regione a guida Pd aveva da riannodare qualche filo con Grosseto e le hanno chiesto di farsi da parte?

«Non ci sono state interferenze né politiche né delle categorie. Dopo oltre 39 anni di contributi (e 9 anni di gestione separata) comincio a pensare alla mia salute...»

O magari alla possibilità di tornare in lizza come possibile sindaco...

«Se avessi voluto farlo, l’avrei fatto in altri tempi».

Davvero pianta lì la Camera di Commercio che ha seguito l’idea di alleanza con Grosseto da lei propugnata?

«L’ho dato fin dall'inizio il mio giudizio (negativo) sulla riforma degli enti camerali. Il premier aveva detto che avrebbe cancellato gli enti camerali e l’ha fatto: ne dimezza il numero, ne strangola gli introiti».

Vedi alla voce: dimagrimento dell'apparato pubblico...

«È di più: è la fine dei corpi intermedi, delle aggregazioni sociali o di categoria. Insomma, non dev'esserci nessuno fra il Grande Capo e il singolo individuo, è la nuova democrazia 2.0. L'accetta sulle Camere di Commercio, dovete leggerla entro questo scenario».

Ecco poi la fusione con Grosseto perché la loro economia è più piccola della nostra e noi avremmo fatto i fratelli maggiori. Invece con Pisa…

«Guardi che il matrimonio l'abbiamo fatto con chi ci stava: e l'unico era Grosseto. Certo loro erano più piccoli di Siena e Arezzo, noi di Pisa. Resta il fatto che per trasformare in realtà la scelta sono stati necessari tempi lunghissimi, più di un anno e mezzo».

Ma mettere insieme le province di Livorno e di Grosseto in un'unica Camera di Commercio è peggio che inventarsi un sarchiapone: basta guardare la carta geografica…

«Non è vero. E' quasi tutta la Maremma, lo dicono proprio i geografi: inizia a sud del fiume Fine, appena più giù di Rosignano…».

Ma Livorno è fuori…

«Livorno è qualcosa a sé anche rispetto a Pisa. Dico che l'omogeneità territoriale non la vede chi non la vuol vedere: si pensi al mix di turismo, valori paesaggistici e agricoltura di qualità (a cominciare dai vini superstar)».

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