Gioco
Cabine telefoniche come i panda, rischiano l’estinzione
A settant’anni “adotta” quella di via Redi in nome dei ricordi «Quante chiamate lontano dagli occhi dei miei genitori»
LIVORNO. «Mio nipote me l’ha detto senza tanti complimenti: stai facendo proprio una bischerata. Lo so: a chi vuoi che importi qualcosa se spariscono le cabine telefoniche? Anzi, sono bruttine, mi dice lui. E anch’io sono d’accordo: non sono certo monumenti. Ma sono ricordi, quanti ricordi...». Enzo Boni è tornato quest’estate nella “sua” Livorno a settant’anni: non l’aveva più vista da più di un dozzina d’anni, e ora forse quella cabina rosso e alluminio accanto a Villa Maria, in via Redi, l’ha eletta a simbolo di un passato che non vuol tornare indietro. Soprattutto «adesso che la Sip, la Telecom o come diavolo si chiama adesso ha deciso di “abbatterla” e ha messo un bell’avviso rosso»: dal 16 agosto tutti i giorni sono buoni per farla inghiottire dal nulla.
E’ come cercare di rimettere testardamente le lancette dell’orologio indietro di un quarto di secolo, a quel giorno in cui alla fine degli anni ’80 in cui le ragioni del lavoro lo portassero lontano. Alla periferia di Milano come tecnico prima che l’industria per la quale lavorava facesse davvero fagotto da qui, com’è accaduto qualche anno più tardi.
«È tutto vero, lo so io per primo: chiunque ha un telefonino, anche i neonati e gli ultracentenari, – afferma mesto – e dunque ti dicono che non c’è nessun bisogno di tener in piedi questi catafalchi, che non hanno nessun pregio architettonico a differenza di quelle inglesi che sono diventate un’icona metropolitana. Ma io parlo di ricordi: ma ve lo ricordate quando in vacanza facevamo la fila al telefono a gettoni, e quando la tua “lei” rispondeva ti sparivano in un attimo e la telefonata restava a metà per mancanza di gettoni?».
Boni non fa il tifo per quella cabina lì in via Redi: «Non è nemmeno quella che usavo io quando mi ero fidanzato con una ragazza di Roma e non volevo che i miei tirassero l’orecchio ad ascoltare le mie telefonate fatte di tutte quelle stupidaggini che si dicono fra innamorati: riattacca te, no io non riattacco, chiamami domani e via dicendo...».
È come se avesse “adottato” una cabina come fosse un Panda. «Non stai mica lì a vedere se è il Panda Tizio o il Panda Caio: ti interessa semplicemente dire che non vuoi che i Panda spariscano».
Nell’avviso datato 15 giugno scorso e firmato Telecom, che però non esisterebbe più (da quando è stata inglobata in Tim), c’è scritto che per chiedere di far “sopravvivere” la cabina-Panda c’è da chiederlo a un indirizzo mail che non è né quello di Tim né quello di Telecom bensì quello dell’Authority Garante delle Comunicazioni: solo che bisogna farlo tramite Pec (posta elettronica certificata) ed è difficile che qualcuno ce l’abbia a meno che non sia un professionista. Non basta: bisogna anche mettere i propri dati (giusto) e indicare la motivazione. Non è forse vero che in passato si è sentito qualcosa del genere solo una canina telefonica in zona Sorgenti?
«Dicono – avverte Boni – che servono solo come latrina o nascondiglio per gli spacciatori. Ma vi siete accorti di quanto dura la carica di questi benedetti smartphone? Ce l’ho anch’io, ma mi sentirei più sicuro se rimanesse questo minimo presidio pubblico in caso di emergenza. Il problema è forse proprio la parola “pubblico”: l’abbiamo talmente bistrattata che ora ci sembra possa funzionare solo qualcosa di “privato”. Come il nostro smartphone, appunto».
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