Gioco
«Guido i cani toscani per salvare la gente della mia Amatrice»
Francesca, 30 anni, è partita all’alba. Lavora alla stazione di San Rossore, al comando delle unità cinofile. E il terremoto ieri notte l’ha sentito nel cuore, perché nel cuore del sisma lei c’è nata. Amatrice è casa sua
PISA. All'inizio, è stato come muoversi fra le ombre. Ogni pietra uno spettro, ogni casa accartocciata un ricordo che franava nella testa. «Qui ci abitava Marco, era accanto a me alle elementari. Qui Luca, il primo bacio. Qui ci ho corso da bambina, la strada in discesa finiva dritta alla bottega». Ora la strada è una slavina di terra e di macerie, l’onda di sassi, mura sbriciolate, asfalto, mattoni, porte, auto ha travolto tutto.
Francesca poi ha cambiato prospettiva, ha chiesto a Nino di cominciare a fiutare, ad ascoltare il rumore elettrico dei corpi mobili. «No, no, Marco c’è, e c’è anche Luca, e ci sono anche i titolari del negozio, accidenti, devono essere vivi». L’hanno tirata giù dal letto subito, ma lei ha dovuto aspettare. Francesca Coltellese, 30 anni, è partita all’alba. Lavora alla stazione di San Rossore, al comando delle unità cinofile. E il terremoto ieri notte l’ha sentito nel cuore. «Siamo mamma e papà, noi stiamo bene, ma Amatrice è caduta». Come i giganti, come una città antica. L’hanno abbattuta. Appena potuto, le hanno dato l’ok. «Vai, guida tu la spedizione».
È giusto così, perché nel cuore del sisma lei c’è nata. Amatrice è casa sua. Così da ieri questa donna cresciuta sui monti fra il Lazio, l’Umbria e l’Abruzzo, maturata con i carabinieri di Pisa, sta affrontando la prova più grande della sua vita. Cerca amici, vecchi compagni di scuola, parenti dispersi. Con il suo cane, disseppellisce le ombre, prova a farle riemergere vive. Vorrebbe dire tranquilli, ce l’avete fatta. Ma non sempre è così, non può esserlo. E se l’anima si sta gonfiando di pena, devi svuotare la mente, se le emozioni si sgretolano, aggrappati al tuo mestiere Francesca. Eh, una parola. È addestrata, di case sbriciolate ne ha viste, ma mai qualcosa del genere. «Ma lo devo, lo devo ai miei compaesani, devo fare di tutto per loro - ha detto ai colleghi che hanno potuto parlare con lei per qualche minuto - soprattutto perché, che disastro… sì, insomma, la mia famiglia, i miei genitori, i miei fratelli sono salvi e la casa anche, non ha subìto grossi danni. Ma intorno è crollato tutto». Intorno Amatrice è sparita. Il terremoto è stato un minatore, in un attimo ha scavato una cava nella vita. E sta continuando ad estrarre il prezzo più alto. Francesca è arrivata con la sua camionetta, l’autista e il suo pastore tedesco. Nino, si chiama così. La grandezza in un diminutivo. La grandezza in un elmetto protettivo, una torcia, un’imbracatura.
Non è vero che dopo la tempesta del sisma c’è la pace dell’orrore. Ogni cumulo di macerie è un baratro. «Nascosto sotto ogni cornicione, ogni tetto, ogni muro sbriciolato potrebbe esserci un amico o un’amica, ma anche un pericolo per tutti noi che cerchiamo di aiutare. Ho paura - ha confessato Francesca, rimasta in contatto con il comando provinciale di Pisa -. Qui le scosse non si fermano mai». E neppure lei si è mai fermata. «Quando calerà il buio - ha raccontato - forse dovrò unirmi alle squadre anti sciacalli». Anche se là sotto la natura sembrava essersi placata, Amatrice ha tremato ancora. In questo teatro di morte, è calata la notte dei lupi.
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