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Deflazione stop, riparte il caro-vita a Livorno: caso due volte unico in Italia
Eravamo la città dove più forte era la difficoltà del commercio, adesso riecco l’inflazione da record È l’effetto del fatto che il lavoro dipendente non assorbe più e ci si arrangia aprendo bottega
LIVORNO. È come se sui listini dei prezzi fosse arrivato un terremoto. Anzi, no: infinite piccole scosse tipo bradisismo che neanche riesci ad avvertirle. Dietro i cartellini sugli scaffali dei supermercati o scarabocchiati su un cartoncino, Livorno sta cambiando identikit. Eppure nessuno se ne accorge. Tranne l'Istat, che mostra Livorno come un caso unicissimo e particolarissimo in tutta la mappa del Bel Paese: praticamente un ribaltamento completo delle dinamiche dei prezzi negli ultimi mesi. Così come eravamo la città record della deflazione – cioè l’inflazione alla rovescia con il caro-vita che va all’indietro – e facevamo da apripista a questo fenomeno-novità (fin dal gennaio di due anni fa), adesso avviene il contrario: siamo una delle città-primato nel ritorno alla crescita dell'inflazione.
L'abbiamo raccontato passo dopo passo nel corso del 2014 prima e agli inizi del 2015 poi: a Livorno lo standard dei prezzi ha camminato all'indietro. Con un'accoppiata di indicatori che ci rende una realtà senza uguali: 1) non esiste nessun'altra città nella trentina di capoluoghi passati ai raggi x a cadenza mensile dall'Istat che, al pari di Livorno, possa dire di esser stata in deflazione per 16 mesi filati; 2) nel gennaio dello scorso anno il tasso tendenziale su base annua ha raggiunto quota -1,1%, che in due anni e mezzo in tutta Italia è stato superato solo una volta, nell'aprile scorso, da Perugia e Potenza.
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Però questa è la “fotografia” vecchia. In realtà, dal maggio 2015 si è completamente rovesciato l'andamento del caro-vita: se in precedenza eravamo la città record della deflazione, dalla primavera dello scorso anno siamo balzati fra le città dove, all'opposto, è ripartita l'inflazione. Per 15 mesi di seguito, ma soprattutto d'estate con percentuali che non hanno paragoni nel resto d'Italia.
La deflazione segnala un abbassamento del livello dei prezzi. Ottimo, se nascesse dall’ottimizzazione della produzione a vantaggio dei consumatori. In realtà, in tempi di vacche magre era soprattutto la conseguenza del fatto che non c’erano molti quattrini da spendere e i negozi avevano difficoltà a vendere. Con un circolo vizioso: se so che fra un mese mi costerà meno comprare un’auto o una lavatrice, è probabile che rinvierò l’acquisto. Ma rinvia oggi e rinvia domani, è chiaro che più o meno alla svelta il calo dei fatturati si tradurrà in calo dei posti di lavoro, in una spirale-incubo.
E allora, se riparte l’inflazione è una buona cosa? Gli economisti anti-austerity teorizzano una sorta di tasso fisiologico positivo di inflazione come se fosse il “minimo” del motore, quel che fa muovere comunque i pistoni dentro i cilindri dell’economia in attesa di una bella accelerata.
Dunque, potremo salutare il ritorno all’inflazione come l’indizio che l’economia livornese ha ricominciato a respirare: a creare redditi (anche in “nero”) pompando soldi nei circuiti locali. Insomma, la “ripresina” che appare dietro l’angolo, anzi forse è quasi già qui. Trainata da cosa: forse dal porto che vede ripartire i traffici? Ma così come non c’era stato un bagno di sangue in termini occupazionali nel momento del tracollo dei traffici, la ripresa attuale rimette in sesto le imprese dopo la lunga apnea e non fa crescere né occupati né redditi. Dunque?
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Parlando con funzionari di istituti di credito e esponenti del mondo del commercio, salta fuori anche un’altra ipotesi. Riassumibile grossomodo così: ogni anno fanno capolino sul mercato del lavoro un migliaio di ragazzi e ragazze, ma – diversamente da quel che è capitato ai loro genitori – il futuro non sarà nel lavoro dipendente. Né in fabbrica né nel pubblico impiego, forse in qualche piccola impresa ma poco. Il resto il lavoro deve inventarselo, e questo vale anche per gli over 50 buttati fuori dal ciclo produttivo. Non ci sono più professionalità specifiche da spendere (tornitore, saldatore, ecc.): non resta che arrangiarsi a vendere qualcosina. Meglio se non c’è bisogno di grandi capitali iniziali.
Si spiega così il fatto che da quando è iniziata la crisi è diminuita sì la “torta” del commercio eppure non è affatto diminuito il numero delle ditte. Basta intendersi su cosa dev’essere un negozio: in passato dava da solo da mangiare a una intera famiglia, adesso talvolta serve a garantirsi un “pezzo di reddito” da aggiungere ad altri pezzi più o meno precari per fare il mucchietto di risorso dal quale può attingere la famiglia, compresa la pensione della nonna o l’assegno di accompagnamento.
Cosa c’entra con inflazione o deflazione? C’entra, eccome. Se la “torta” si restringe e ciascuna ditta deve fronteggiare una concorrenza maggiore. Ha due strade davanti per fare utili. L’una: ribassare i prezzi per andare a caccia di una crescita quantitativa delle merci vendute. L’altra: una competizione tutta sui prezzi non possono che vincerla i supermercati, dunque è su qualcos’altro che bisogna puntare e si devono comunque mantenere margini di guadagno decenti per tenere in piedi la bottega.
Cosa possono essere gli extra? La possibilità di “segnare” il debito, la consegna della spesa a domicilio, una relazione amichevole con gli abitanti del vicinato (gradita soprattutto dagli anziani). A questo punto, i prezzi possono anche aumentare un pochino. Già, perché alla fin fine stiamo parlando di oscillazioni di neanche un punto percentuale in avanti o all’indietro. Ma come ci insegna tutta la bramosia statistica degli ultimi anni, basta uno 0,1% per fare primavera, anzi ripresa...
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