Sicurezza
Quel doppio podio è anche uno scossone
Al di là dell'impresa sportiva di un singolo (giovanissimo) campione, l'impresa olimpica di Detti ha molto da dirci e insegnarci: riguardo a quel che siamo e a quel che possiamo essere noi livornesi
In questi tempi grami senza bussola, la speranza di non finire proprio sdraiati a terra bisogna andarsela a cercare. Ad esempio, sul sorriso mite e aperto di un ragazzone della porta accanto che è un fenomeno forse perché non fa niente per atteggiarsi a esserlo: Gabriele Detti.
Quanto abbiamo bisogno di eroi, e queste Olimpiadi di Rio hanno fatto scoprire non solo la stoffa di campione di Gabriele ma anche l'idea che un’altra Livorno è possibile: proprio guardando alla straordinaria capacità di rimonta finale che sta diventando il marchio di fabbrica di questo giovane dal cuore amaranto.
Per arrivare sul tetto del mondo a cinque cerchi serve talento (e Gabriele ne ha da vendere) ma anche serve anche smetterla di raccontarsi che siano sufficienti «fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione» come direbbe un Perozzi qualsiasi, magari con un quid di sfacciataggine guascona che sembrerebbe l'identikit di noialtri con quella faccia un po’ così che stiamo fra Ovosodo e il West.
C’è qualcosa di più che ci racconta l’impresa carioca del Gabriele nostro che spegnerà le 22 candeline sulla torta di compleanno a fine agosto, nello stesso giorno di un campionissimo da leggenda come Bob Beamon, l'uomo del record più longevo di sempre (nel salto in lungo). Quel “qualcosa” è tutto quel che è venuto prima di quei 14’ 40’’ 86 nella vasca di Rio.
Lo sa bene qualunque nuotatore che, prima ancora dell’avversario in lizza nella corsia accanto, il nemico vero da battere è il senso di vuoto, lo spalancarsi dell’abisso di senso che c’è nel ripetere un milione di volte un gesto atletico pur di migliorarsi di un niente. Quel niente che varrà tutto: forse. Le migliaia di vasche, le centinaia di migliaia di bracciate nell'altra vasca anonima al centro federale davanti al campetto spelacchiato di Ostia Lido. Lontano dai riflettori dello show e dall'adrenalina della sfida. Lontano dall’idea che bastino dieci puntate di un talent tv a costruire una star o un campione, senza passare dall’interminabile quaresima degli allenamenti o dalla noia degli anni di solfeggio prima di poter dire di aver imparato a stare a galla. In piscina, sul pentagramma, nella vita.
Quel “qualcosa” è anche qualcos’altro: ed è il rapporto che lega Gabriele Detti a Greg Paltrinieri il campionissimo. Più che colleghi negli allenamento all’ “aquatic center”: amici, anzi compagni di squadra. E qui l’accento è sulla parola “squadra”. Ma, come l’esperienza brasiliana in altri sport insegna, non basta far parte della stessa squadra per essere squadra.
Nelle parole di Gabriele Detti dopo il bronzo non c’è né invidia nei riguardi di chi ha conquistato l’oro ma nemmeno sudditanza. Semmai il senso di un “noi” che sa gioire anche del grande trionfo dell’amico Greg e al tempo stesso spiega che non ci sarà tanto da dormire sugli allori ma rimettersi in piscina e darsi nuovi obiettivi. Forse anche battendo Paltrinieri la prossima volta: è già accaduto a fine giugno, nel Settecolli.
Proprio quest’aspetto ci squaderna sotto gli occhi il terzo “qualcosa” che l’avventura del nostro campione insegna a noi livornesi. Benché non abbia ancora compiuto 22 anni, già da un quinquennio Gabriele vola da un podio all’altro: il suo non è l’exploit inventato da una serie di fortunati eventi, visto che è stato due volte sul podio ai mondiali giovanili del 2011 (con tre argenti agli europei giovanili nello stesso anno e altrettanti ori in quello successivo), due bronzi agli assoluti continentali di Berlino 2014 e un poker di medaglie a Londra nel maggio scorso).
L’ultima sottolineatura riguarda invece il fatto che alle spalle di tutto c’è un altro livornese: Stefano Morini, allenatore tanto di Greg che del nipote Gabriele. E c’è l’intelligenza di Detti nel far tesoro dei consigli del tecnico-zio: solo chi crede che il mondo nasca con lui e sia tutto da inventare può pensare che l’esperienza risulti una zavorra invece che un moltiplicatore.
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