Gioco
«Rapinata tre volte, ho riconosciuto il bandito dagli occhi»
La dipendente del Tuodì di via Lulli era sempre al lavoro «Mi ha chiamato per nome, ora ho paura di una vendetta»
LIVORNO. Il bandito entrava incappucciato, pistola in pugno, al supermercato Tuodì di via Lulli e lei era sempre in servizio, alla cassa, nei pressi degli scaffali, oppure vicina al bancone della macelleria. È successo tre volte in meno di un anno e mezzo: il 10 gennaio 2015, il 17 luglio dello stesso anno e il 14 marzo scorso. Una coincidenza che nell’ultima occasione ha notato perfino il rapinatore.
«È entrato - racconta la commessa di cui non faremo il nome per tutelarne la privacy - e mi ha chiamato per nome chiedendomi di dargli i soldi. In quel momento mi si è gelato il sangue. Poi gli ho chiesto: “Ma ce l’hai come me che vieni sempre quando sono di turno?». Lui mi ha risposto con l’accento napoletano: “Perché lavori troppo”...».
Una conversazione che però è costata cara a Dario Petriccione, 37 anni, arrestato mercoledì dai carabinieri con altri due complici accusati di dodici rapine in altrettanti supermercati di mezza Toscana.
Perché i suoi occhi sono rimasti impressi nella mente della dipendente livornese: è stata lei, infatti, a riconoscere il trentasettenne quando i militari le hanno messo davanti decine di foto segnaletiche per trovare il colpevole.
«Ha uno sguardo particolare, un taglio non comune - spiega - che non passa inosservato e poi a parte le scarpe che erano sempre diverse era vestito allo stesso modo». Ma aggiunge: «Adesso però ho paura della loro vendetta. Ecco perché spero che rimangano il più a lungo possibile in carcere».
Cominciamo dalla fine di questa storia. Che effetto le ha fatto sapere che erano stati arrestati?
«Nonostante i carabinieri mi avessero rassicurato devo essere sincera: mi aspettavo un'altra rapina, me la sono immaginata ogni giorno: “Ora entrano e ci minacciano”, mi dicevo. Ecco perché quando ho letto la notizia mi è venuto il nodo alla gola, per me è stata una sorta di liberazione».
Torniamo al primo colpo, era il 10 gennaio del 2015...
«Quello, devo essere onesta, l'ho vissuto in maniera marginale, ho visto arrivare i miei due colleghi con il rapinatore che indossava il casco mentre il complice è rimasto fuori a fare il palo. Il bandito ci ha minacciati a voce e teneva la pistola bassa. Quella volta rubò solo i soldi che erano in cassa (1.105 euro), perché la cassaforte ha l'apertura ritardata e servono due minuti per completare l’operazione quindi per paura che arrivasse qualcuno, decise di andare via».
Il colpo grosso lo ha messo a segno domenica 12 luglio 2015 quando è riuscito a scappare con 25 mila euro...
«Avevamo avuto problemi con la banca per versare gli incassi del fine settimana, se non ricordo male la filiale era chiusa. Il bandito ha avuto fortuna perché è venuto proprio quel giorno».
Ci racconta com’è andata?
«Eravamo solo io e una mia collega. Eravamo entrambe alla cassa. Non so se conoscete il negozio di via Lulli. Davanti alla macelleria c'è una vetrata che dà sul parcheggio. Avevo visto questi due elementi sospetti, erano intorno al mio scooter e ho pensato che fossero lì per rubarlo. Invece poco dopo è entrato il bandito con la pistola e con il casco in testa».
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Si è accorta che si trattava dello stesso rapinatore di sette mesi prima?
«Quando è entrato sì. Addirittura ha chiesto dov’era un nostro collega che era presente alla rapina precedente chiamandolo per nome. Solo dopo abbiamo ricostruito che eravamo stati noi a dargli quelle informazioni perché ci eravamo chiamati per nome. In ogni caso era vestito nello stesso modo di gennaio, le movenze erano quelle e sapeva dov'era la cassaforte».
Vi siete chiesti perché i banditi avevano preso di mira la vostra catena di supermercati?
«Certo. Sapevamo che lo facevano perché da noi non ci sono telecamere, infatti hanno rapinato anche gli altri punti vendita in città e se non fosse stato per i colpi nei supermercati di altre catene chissà quando li avrebbero presi».
E non avete fatto niente per tutelarvi?
«Abbiamo chiesto ai nostri superiori se era possibile installare le telecamere, ma ci hanno risposto che costavano troppo. Addirittura abbiamo anche pensato con i colleghi di auto tassarci e pagare un vigilante da mettere all’ingresso, ma poi non ne abbiamo fatto di niente. Se non interessa ai nostri superiori, perché deve interessare a noi dipendenti. E questo continua anche adesso. Loro li hanno arrestati ma in giro potrebbero esserci altri banditi pronti a fare la stessa cosa».
Ma almeno delle indicazioni i superiori in caso di rapina ve le hanno date?
«Ci hanno detto di dargli sempre tutto, ma io in casi come quelli che ho vissuto non farei la coraggiosa nemmeno se i soldi fossero i miei»
A livello personale quali sono state le conseguenze di aver subito tre rapine?
«Di carattere sono fumina, e in quei momenti mi sono fatta violenza per trattenermi. Così ho sempre cercato di mantenere la calma. Pensavo: a loro interessano solo i soldi. Ecco perché ho cercato di farlo parlare mentre dovevamo aspettare i tempi di apertura della cassaforte. Solo dopo mi sono lasciata andare e ho avuto anche un malore...»
E adesso?
«Diciamo che non me lo sogno la notte, ma quando sento di avere qualcuno alle spalle inizia a battermi il cuore per colpa di quel rapinatore. Lui ci stava sempre dietro, a qualche passo di distanza, ci spingeva, ti prendeva per un braccio. Mai violenze gratuite ma comunque faceva paura. Ora al lavoro guardo sempre fuori, guardo chi entra. Me la sono fatta scivolare ma non sono più tranquilla come prima. Io non ero abituata a vedermi davanti agli occhi una pistola anche se ho lavorato per tredici anni in sala corse e di gente brutta ne ho vista...».
Eppure la coincidenza di essere sempre presente è davvero strana...
«Per questo penso che i carabinieri abbiano sospettato anche di me. Li capisco. E se lo hanno fatto è stato giusto. Anche i miei colleghi per sdrammatizzare alla fine hanno cominciato a prendermi in giro: “Viene sempre quando ci sei, ha preso una cotta per te!».
Poi a marzo scorso l’ultima rapina...
«Sono stata stupida. Potevo scappare. Erano le due di pomeriggio ero nel box appena entri, e stavo pranzando. Quando ho sentito aprire la porta ho alzato la testa e ho visto i due entrare e sono scappata fuori ma poi sono rientrata dalla parte della macelleria per chiamare la polizia perché non riuscivo a comporre il numero. Alla fine però mi hanno visto e riportato alla cassaforte. Quella volta erano in due: il palo è rimasto sulla porta e non faceva entrare e uscire nessuno. Dentro c'era anche una mamma con una bambina di dieci anni. Gli abbiamo chiesto di farle uscire ma non ha voluto».
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