Gioco
Così l’emergenza povertà rischia di farci diventare intolleranti
Dalla disoccupazione record ai numeri da primato per gli sfratti. Se i soldi pubblici non bastano più, serve cercare altre strade come all’estero
LIVORNO. Alcune settimane fa, passeggiando tra il Cantiere e il Moletto Nazario Sauro, sono rimasta colpita da un murale piuttosto folgorante che recitava: «C'è crisi. Si vede dai visi».
Il merito di questa scritta, oltre alla rima baciata di cui ci omaggia l’anonimo autore, è quello di cogliere un aspetto preciso di Livorno: i corpi, le facce di una parte crescente di livornesi sembrano lo specchio dell'impoverimento della città.
Insieme all’amore per il luogo nel quale sono nata e cresciuta, ogni volta che torno “a casa” provo la scomoda sensazione di trovarmi di fronte a una città umanamente sull'orlo del degrado, soprattutto in alcune zone più colpite dalla crisi: l'altra faccia delle unghie ultradecorate e del fitness esasperato è la presenza di molti adolescenti sovrappeso e un numero non più trascurabile di uomini e donne sulla soglia dei quarant'anni con dentature già compromesse.
Lungi dal rappresentare un segno di opulenza, essere sovrappeso oggi è spesso il risultato di una scarsa educazione alimentare, tanto che l'istituto Superiore di Sanità ha definito l'obesità la «nuova malattia della povertà».
Il dentista, poi, non ne parliamo: per molti è un lusso. Recentemente, ho osservato qualcosa di simile viaggiando nel Regno Unito alla ricerca dei luoghi in cui la Brexit ha sfondato: in cittadine come Margate, nel Kent, impoverite dalla crisi e piene di rabbia sociale, a vent'anni si hanno già venti chili di troppo e a cinquanta venti denti di meno.
In quell'area dell'Inghilterra si muore, in media, undici anni prima che nel resto del Regno. La crisi (economica prima che politica) "si vede dai visi", e non mostra pietà.
Livorno, con i suoi quasi 35.000 disoccupati - più 800 famiglie alle quali da settembre finiranno gli ammortizzatori sociali - sembra iniziare a soffrire della stessa malattia di certe cittadine inglesi.
Si va allargando una nuova classe sociale senza reddito né speranze che non ha niente a che vedere con la fiera classe operaia e portuale che costituiva un tempo l'ossatura della città.
Se Charles Dickens scrivesse oggi le sue "Pictures from Italy" (1846) dubito che descriverebbe ancora Livorno come «luogo prospero e attivo», piuttosto - credo - sceglierebbe aggettivi come «povero e immobile». O, probabilmente, eviterebbe proprio di soggiornare in questa grande “banlieu”, che si è meritata lo scorso anno la medaglia di primo capoluogo di provincia in Italia per “precarietà sociale”.
Sia chiaro, non sto imputando alla giunta guidata da Filippo Nogarin colpe che in gran parte lo precedono.
Anzi, è apprezzabile lo spirito che ha mosso provvedimenti come il reddito minimo o l'idea di utilizzare le case sfitte per far fronte all'emergenza abitativa.
Ma è altrettanto evidente che rischiano di essere mosse del tutto irrilevanti, un po' come voler spegnere un incendio in un bosco gettando acqua con dei bicchieri.
Che impatto può avere in una città di 159.000 abitanti dare un reddito minimo di 500 euro a sole cento persone e solo per sei mesi?
E quante case sfitte riceveranno il via liber. a all'"esproprio" da parte dell'ufficio legale del Comune prima, e della Prefettura poi? Quante potranno essere mai? Venti, cinquanta, cento?
A Livorno solo nel 2015 sono stati 225 gli sfratti esecutivi (con tanto di intervento della forza pubblica) e sono 1.821 le famiglie ancora in lista di attesa per una casa popolare.
Nel curriculum vitae dell'assessore alle politiche sociali Ina Dhimgjini c'è anche un Phd in “European Contract Law”: magari potrebbe dare uno sguardo all'Olanda o alla Germania e prendere spunto su come lì hanno gestito il “social housing”.
Berlino, per il quinquennio 2013-2018, ha messo in cantiere la costruzione di 28.000 nuove case popolari, con un investimento di 1 miliardo di euro.
Non chiediamo al comune di Livorno l'ambizione né tantomeno le risorse della capitale tedesca, ci aspetteremmo però di vedere un progetto di sistema, e non solo delle soluzioni tampone.
Chiaramente quella abitativa è solo una delle tante emergenze sociali di cui Livorno soffre.
Le risorse pubbliche sono poche? Bene, si cerchino allora (anche) risorse private. In Italia, ad esempio, è appena nato un fondo da 25 milioni di euro per startup che hanno finalità di impatto sociale. Perché non provare attraverso privati ad intercettare parte di queste risorse? È solo un esempio, ovviamente.
I dossier sul tavolo del Sindaco sono tanti e tutti importanti - dall'Aamps all'ospedale - ma nessuno di questi a mio avviso è urgente come il “dossier povertà”.
Anche perché una città povera diventa una città intollerante, e l'intolleranza a Livorno è la più vergognosa delle derive possibili. È un reato di alto tradimento verso la propria storia.
*Giornalista Rai e scrittrice
@evagiovannini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
