Il Tirreno

Livorno

Generazione Coppa del mare, la corsa è finita - Il commento

di Federico Lazzotti
Generazione Coppa del mare, la corsa è finita - Il commento

Livorno, dai trucchi per entrare calandosi dal fico, alle cene di gala: così la città perde un luogo di ritrovo e di confronto

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LIVORNO. Alzi la mano chi da adolescente non ha mai scavalcato - trabarcato in livornese - per entrare all’ippodromo senza pagare, passando dall’albero di fico che costeggia il viale Italia e guarda gli scogli dell’Accademia o dal muretto, pochi metri più avanti, accedendo così alla pista: attraversando il canale di scolo - dopo la pioggia servivano le galosce - evitando contemporaneamente le radici più sporgenti per non prendere la classica musata.

Facciano un passo avanti pure tutti quelli che, anche senza essere scommettitori incalliti, non hanno tentato la fortuna puntando anche solo mille lire sull’ultimo brocco che portava un nome simpatico come Poncione o Lady Spaghetto. E ancora le cene con vista sulle corse e vestiti di gala, baci dati, presi e rifiutati, rincorse per arrivare a casa in orario, pianti del bimbo ancora in carrozzina, rumore di zoccoli di legno che passeggiano, passeggiate sottobraccio, parcheggi arditi tra un’auto e dieci scooter, odore di sterco dentro l’impianto o di marmitte che sgassano quando, a mezzanotte, lo spettacolo era finito dopo l’ultima corsa. Ma anche pinzi di zanzare grandi come elicotteri, flash, gelati, birre, qualche gollettone e un po’ di fumo mentre in sottofondo si sentiva l’eco dello speaker annunciare: «Cavalli al tondino», «Cavalli all’ordine dello starter. Partiti», «Cavalli all’ultimo steccato».

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Eccolo il secolo bello dell’ippodromo Federico Caprilli con i tanti mondi che ci correvano dentro. Perché mentre i cavalli si confrontavano in pista a caccia di una vittoria, con la scusa di andare alle ’orse, si sono aggregate, guardate e alternate generazioni di livornesi. Un meet-up permanente (e reale) dentro al quale la città si vedeva crescere allo specchio, tra pregi e difetti, usi e costumi. Una sfilata continua, un rito popolare, che creava un senso comune di appartenenza, una scatola di ricordi condivisa dentro alla quale ognuno di quelli che l’ha vissuta allora, oggi può ricordare di aver mangiato, per una sera, un cioccolatino o un concentrato di fiele.

Adesso che l’ippodromo ha spento le luci, tutto questa ricchezza rischia di disperdersi, sparire, senza che ci sia un’alternativa in grado di colmare il buco nero che si apre dentro al tessuto sociale. E questo purtroppo è ancora più grave - ci perdonino gli ex dipendenti della Labronica Corse e gli addetti ai lavori che vivevano con il mondo dell’ippica - della triste fine delle corse dei cavalli. Perché con la chiusura del Caprilli la città dice addio alla generazione Coppa del Mare. La corsa per loro è finita. Per gli altri dovrà ripartire altrove. Ma dove?

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