Sicurezza
«Soccorso tra le urla della moglie»
Il bagnino del campeggio è stato il primo a cercare di salvarlo
di FABIO GIORGI
Spesso, i ricordi più belli, quelli più spensierati e giocosi che, indelebili, ti rimangono dentro, appartengono all’adolescenza, alla prima giovinezza. Quando hai l’amico del cuore, quello di mille esperienze vissute insieme, con cui hai giocato, hai anche rischiato, con quell’incoscienza caratteristica dei ragazzini. Io e Marco, due fratelli. Di fratelli, veri, Marco ne aveva due ma la sua mamma mi diceva sempre che io ero il quarto. Me lo ha ripetuto, tra le lacrime, anche ieri, nel posto in cui non avrei mai voluto incontrarla. L’amico vero, di cui ti potevi fidare, che a quell’età, era il compagno di giochi, di avventure, inseparabile, irrinunciabile. Tutti i giorni, sempre insieme. Al campo estivo, in gita, o nei pomeriggi al biliardino a Sant’Andrea. E poi in due sulla Graziella, io un po’ più grande, a pedalare, e lui in piedi, sul portapacchi. Scherzi, gavettoni, il mare ai Fiume, a giro con “le bimbe”. Tutto insieme, sempre insieme. Gli stecchini nei campanelli le sere d’estate... E lui dormiva da me, o io da lui. In quegli anni spensierati ho conosciuto profondamente Marco, la sua anima allegra, il suo spirito goliardico, contagioso, quel saper stare con chiunque, in ogni situazione, che è la caratteristica di chi ha un’animo bello, disponibile, buono, conservato anche nella maturità di giovane marito e padre. Un modo di comunicare immediato, che subito suscitava simpatia anche in chi non lo conosceva e che i tanti amici di Marco hanno sperimentato in età più adulta, nel lavoro, nella vita di ogni giorno.
Mi ricordo la finale dei Mondiali dell’82. Marco giocava a basket, era bravo, era stato convocato a Viterbo per una trasferta. I fratelli, la mamma e io lo accompagnammo proprio nel giorno della partita che consegnò l’Italia agli annali del calcio. Ma rischiavamo di non vedere l’incontro. Poi trovammo un bar, con un grande schermo, una rarità per quegli anni. E Marco, 13 anni, gli occhi accesi di gioia, chiese subito alla mamma di vedere lì la partita. Ricordo ancora perfettamente il suo entusiasmo, la sua eccitazione che non potevi frenare, che ti contagiava subito. Poi gli anni del motorino, in due sul Gori o sul “Ciaino”, quando i vigili ti fermavano e al più ti facevano scendere con una ramanzina, o a fare i salti nella cava di terra, dove oggi c’è l’edificio in cui si stampa questo giornale. Poi con gli anni ci si perde di vista, la fidanzata, il lavoro, il matrimonio, i figli. Ma mi è capitato negli anni di incontrarlo per caso, l’ultima volta sotto casa della mamma, che abita vicino alla mia. E il tempo è rimansto lì, a guardarci, mentre ci abbracciavamo e il sorriso di Marco mi restituiva quel senso di appartenenza reciproca che non si cancella, perché ha scritto pagine con un inchiostro troppo bello per sbiadirsi nel tempo. Marco ha lasciato un immenso vuoto nella moglie Sandra e nel figlio Simone, che tanto ha amato, nella mamma e nei fratelli, piegati dal dolore e nei tanti amici con cui aveva condiviso momenti di vita, ognuno diverso, ognuno importante.
Adesso porteremo tutti, nel . cuore, i nostri personali ricordi, gli aneddoti e le esperienze che Marco ha condiviso con ognuno di noi e che terranno sempre accesa la sua memoria.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
