Il Tirreno

Livorno

Il “morino” veloce come un motorino Bizzi l’anti-Bartali con le ali ai pedali

di MAURO ZUCCHELLI
Il “morino” veloce come un motorino Bizzi l’anti-Bartali con le ali ai pedali

Ginettaccio lo considerava la sua “bestia nera”. Tante grandi imprese nel ciclismo dagli anni ’30-40 ma la sua corsa-mito è stata paradossalmente la sconfitta a una Parigi-Roubaix dopo una fuga di 235 km

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di MAURO ZUCCHELLI

Raccontano che a Olimpio Bizzi la prima bici gliel'abbia regalata la famiglia di Ivo Mancini. Adesso il nome di quest'ultimo è rimasto nella pista ciclistica a Stagno ma bisognerebbe rammentarsi che questo livornese di Guasticce ha centrato nel '35 una doppietta da favola: il titolo tricolore e poi la maglia iridata di campione del mondo dei dilettanti.

A tirar fuori dalla polvere l'album degli amarcord dell'epopea eroica del ciclismo “amaranto” è Maurizio Zicanu, che alla passione per le due ruote da vivere sulla strada accomuna quella per riportare alla luce la memoria di una stagione lontana. Ci sono “reperti” dell'archeologia del ciclismo che trovate sul web nel sito dell’Us Vicarello 1919: se quest'associazione ciclistica dilettantistica spegnerà le 100 candeline fra qualche anno, va detto che in quest'inizio agosto cade sia il centenario della nascita che il 40° anniversario della scomparsa per quel Bizzi che tutti chiamavano il “morino di Livorno”.

Perfino un big della schiatta di Girardengo ne aveva pronosticato un futuro da campione. Zicanu lo descrive consacrato dal Giro del '40 come «uno dei corridori più completi: è un passista che regge anche in salita ed è veloce come pochi». E Alfredo Martini, suo compagno di corse (ma mai di squadra) e poi grande ct azzurro, dirà al Tirreno: «Era un atleta di gran classe, forte su ogni tipo di percorso e dotato di una muscolatura scattante: una una specie di palla di gomma, reattivo, sempre pronto a dare battaglia».

La riprova la dà subito lo stesso Bizzi poco dopo esser passato neanche ventenne fra i professionisti. Alla Milano-Sanremo del '36 la spunta Varetto su Romanatti, Bizzi prevarrà nello sprint fra gli inseguitori.

Pochi giorni più tardi, eccolo sul secondo gradino del podio alla Milano-Torino e subito dopo di nuovo secondo al giro dell'Emilia. Basta? No, se è vero che nel giro d'Italia del '36 – con Bizzi meno che ventenne – al traguardo della prima tappa finisce terzo, nell'arrivo del giorno seguente a Genova cade nel rush finale. Arrendersi mai: nella settima tappa fa è nel trio che tenta la fuga buona ma viene preceduto sul fil di lana. E' un tipo da sprint ma “mangia” i tornanti come pochi: conquista un Gran Premio della Montagna dopo l'altro. E se nella tappa Bari-Campobasso di quel Giro al Gpm Bartali arriva prima di lui, sul rettilineo della volata finale ha una rabbia nelle gambe che esplode bruciando i 25 rivali. Non è un caso se il nostro giornale proclama a tutta pagina «Il livornese Olimpio Bizzi nuovo asso del ciclismo italiano». Quel giorno stabilisce un record più longevo di quello di Bob Beamon nel salto in lungo: ha 19 anni e 10 mesi, non esiste nella storia del Giro un corridore che abbia vinto una tappa così giovane. E sono passati 80 anni…

Avergliela fatta a Bartali è una gioia in più: e se l'antagonismo delle due ruote nel dopoguerra sarà per tutti quello fra Coppi e Bartali, in realtà l'antagonismo di Bizzi con Ginettaccio, quasi coetaneo, nasce prima fin dalle gare giovanili. Figurarsi che, a distanza di tre quarti di secolo da quelle sfide epiche, in un incontro a Villa Henderson sarà Andrea Bartali, il primogenito di Gino a raccontare cosa gli diceva il babbo parlando di quell'avversario tosto ma leale: «Bizzi è un vero testardo, non ti fa un favore nemmeno a pagarlo. Mi mette sempre in difficoltà». «Babbo, ma di dov'è Bizzi?». «Di dove vuoi che sia: è livornese, dell'Ardenza: sono persone dal carattere forte, determinate, dure da battere».

Del resto, non è un segreto che a Bizzi piaceva guastare la festa al supercampione Gino andando a soffiargli la vittoria nella "sua" Firenze. Non solo: sarà lui a mettergli il bastone fra le ruote per fargli perdere il Mondiale nel '38 e il Giro l'anno successivo. Senza contare che, in una gara di inseguimento su pista, nel '39 al Vigorelli – si ricorda sul sito vicarellese – «la superiorità di Bizzi è schiacciante e il campione livornese maramaldeggia sull'avversario: "Con qualche altro giro Bartali sarebbe stato raggiunto"».

Come dicevamo, in quello stesso anno la rivalità esplode al Giro, con Bartali superstar a caccia del "triplete" dopo i successi del '36 e del '37 (e il forzato forfait del '38): Bizzi è il guastafeste per Bartali, che però riesce a conquistare la tappa nella "sua" Firenze proprio rimontando in volata un durissimo attacco di Bizzi, che gli restituisce pan per focaccia sul traguardo di Bologna suscitando le ire di Ginettaccio.

Non avesse trovato sulla propria strada una leggenda del ciclismo come Bartali e poi la contrapposizione-mito fra quest'ultimo e Coppi, probabilmente la fama di Bizzi si sarebbe scolpita nella storia. Ma il “morino” è stato così “livornese” anche in questo: in quello scialo del talento che spesso caratterizza i fuoriclasse della nostra città. La dimostrazione? La straordinaria Parigi-Roubaix del '47: tutti la conoscono ancora oggi come una corsa ammazza-ciclisti per il fondo stradale impossibile. Quell'anno lo è il doppio perché si corre in mezzo alla tempesta. Bizzi non era tipo da pretattica furbetta, si mette in testa di andarsene in fuga quando la carovana ha fatto a malapena una dozzina di chilometri. E' il ciclismo degli eroi a mani nude e faccia al vento: è una fuga folle la sua, non lo piega nemmeno il fatto che a un bivio un poliziotto lo mandi sul percorso sbagliato. Ritorna sulla strada giusta ed è il giorno giusto in cui dimostrare a tutti che è una locomotiva: deve farcela anche per quei musi neri di minatori italiani che non sono nessuno e che lo incitano.

Vola Olimpio, vola: finché a 17 chilometri dal velodromo di Roubaix una buca maledetta lo fa cadere. Il gomito è inzuppato di sangue ma stringere i denti non è un problema, lo è invece la ruota rotta. Potrà sostituirla quando ormai gli è addosso il gruppone che gli dà la caccia: a 5 chilometri dal traguardo lo raggiungono. Vincerà il belga Claes ma l'Equipe, la “Gazzetta” d'Oltralpe, omaggia l'eroe sfortunato Bizzi che domina per 235 chilometri. Sembra la sconfitta-batticuore di Bitossi sotto il traguardo di Gap ai Mondiali del '72…

Si sbaglierebbe di grosso, però, chi si immagi. nasse l'eterno perdente, l'atleta che non vince mai: a smentirlo c'è il palmares, anche se forse si può dire Bizzi non ha raccolto tutto quel che avrebbe potuto. Soprattutto al Giro il podio conosce bene quel ragazzo livornese: nei cinque Giri d'Italia dal 1936 al 1940 Bizzi – racconta Zicanu – vinse 11 tappe (una nel '36, due nel '37, tre nel '38, due nel '39 e quattro nel '40) ai quali va aggiunto «un numero egualmente impressionante di piazzamenti: ben 12 secondi posti e 4 terzi posti». E bisognerebbe dire che Bizzi spesso si ritirò prima di finire il Giro.

Il miglior piazzamento in classifica generale? L'undicesimo posto del '39 ma era ottavo nell'edizione dell'anno seguente quando fu costretto a dare forfait.

Vale la pena di sottolineare che in quegli anni il Giro ha fatto tappa due volte a Livorno e in entrambi i casi il “morino” ha voluto mettere il suo sigillo: primo sul traguardo nella sua città, una volta nel '37 con un arrivo solitario dopo esser andato a riacciuffare un belga fuggitivo e un'altra allo sprint, nel '50, a fine carriera, anche qui con una rimonta finale al cardiopalma dopo esser caduto a Ardenza.

Sarà il canto del cigno, davanti a diecimila livornesi allo stadio: l'ultima vittoria al Giro, l'ultimo successo in gare disputate in Italia. Continuerà ancora un annetto, ma a questo punto gli allori arriveranno dal Tour del Marocco.

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