Sicurezza
Papa Francesco e il difficile valore del silenzio
L'immagine del pontefice seduto da solo ad Auschwitz, senza folla e discorsi, ci fa riflettere sull'importanza del silenzio, in un mondo dominato dall'incessante rumore di fondo di parole scritte o dette. Poi ci sono anche casi, come dice Michael Jordan, in cui invece è necessario parlare
di FABRIZIO BRANCOLI
Gli spari, le esplosioni, i vetri in frantumi, il tic della tastiera, la suoneria dello smartphone, una frenata, le sigle in tv. Bang, crash, boom. Il battito cardiaco accelerato della nostra giornata tipo.
Di quanto silenzio abbiamo bisogno? E quale valore ha, oggi, il silenzio?
Il silenzio è spesso fratello della solitudine. Ad Auschwitz Francesco cammina da solo sotto l’arco con la scritta “Il lavoro rende liberi”. Poco più tardi raggiunge la Piazza dell’Appello, dove i prigionieri finivano impiccati. Qualche albero, un po’ d’ombra. Una panchina. Si siede lì, resta senza alleati, né complici, né spettatori. Si confronta con ciò in cui crede, con la Storia e con l’orrore di cui è capace l’uomo.
Francesco era pronto a restare senza parole nel campo di sterminio. L’aveva annunciato il 26 giugno e non c’è un dove: è accaduto nei cieli, mentre il Papa volava dall’Armenia verso Roma. «Io - aveva detto Francesco nel corridoio dell’aereo - vorrei andare in quel posto di orrore senza discorsi, senza gente, solo i pochi necessari… Da solo. Entrare, pregare. E che il Signore mi dia la grazia di piangere».
La sofferenza come un regalo, nel luogo disumano per eccellenza. Francesco si affida al silenzio, «un silenzio che tuona» come commenterà il rappresentante delle comunità ebraiche italiane, ringraziando il pontefice di non aver voluto concedersi alla liturgia dei discorsi ufficiali. Per un giorno, si preme il tasto “off”.
Poi, come per ogni luna, esiste un’altra faccia. «Come americano, come padre che ha perso il proprio padre in un atto insensato di violenza e come nero - scriveva Michael Jordan pochi giorni fa - sono profondamente turbato dalle morti di afroamericani per mano di agenti di polizia e provo rabbia per l’assassinio di poliziotti. Non posso più rimanere in silenzio. Dobbiamo trovare soluzioni che garantiscano agli afroamericani un giusto trattamento e che consentano agli agenti di essere rispettati». Qui il silenzio non è il messaggio forte; è inerzia e rassegnazione, qualcosa da evitare.
Ma ad Auschwitz serve il silenzio difficile, quello che si traduce in pensiero e in rispetto. Quanto vale? Moltissimo, perché oggi esso è un’eccezione e un sacrificio, mai una coincidenza. Per restare in silenzio devi decidere di farlo. Nel tempo della comunicazione globale la vera sirena che incanta è riuscire a restare zitti. Voci ovunque, litigano sussurrano urlano ansimano. Per favore, posso dire una cosa senza che parliate sopra la mia voce? Il tappeto sonoro mescola la buona musica con il frastuono, la frase memorabile con il commento evitabile. Anche la tuttologia che ci investe sui social network è un segno: si è convinti di potersi esprimere su ogni fatto. E se quella storia non ci interessa, invece che astenerci, gridiamo: Che notizia è mai questa? Così, almeno, abbiamo detto qualcosa.
Per riflettere serve tutto, anche il testo del brano di un gruppo di musica pop elettronica. Quasi trent’anni fa i Depeche Mode hanno scritto una bellissima canzone, Enjoy the silence (goditi il silenzio). «Parole come violenza rompono il silenzio, arrivano schiantandosi nel mio piccolo mondo. Sono dolorose per me, mi trafiggono. Le parole sono molto superflue». Nel video si vede un uomo vestito da re, con in mano una sdraio, che vaga per vari luoghi senza trovare quello giusto.
Un re che ha tutto, ma cerca invano un posto dove sedersi e stare in pace con se stesso e con il mondo. A volte ci sentiamo così, che si tratti di una sdraio da tenere in mano o di una panchina ad Auschwitz. Ma tentare di spiegare questo significa usare delle parole, frantumare il silenzio. Quindi forse non funziona.
@fbrancoli
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