Il Tirreno

Livorno

Le risposte che servono alla Toscana - L'editoriale

Copie del Tirreno in un uscita dalla rotativa del Centro stampa di Livorno
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Copie del Tirreno in un uscita dalla rotativa del Centro stampa di Livorno

Omar Monestier lascia la direzione del Tirreno e torna alla guida del Messaggero Veneto. Ecco il suo "congedo" con una serie di valutazioni sul futuro della nostra regione

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AI LETTORI

Omar Monestier lascia da oggi, giovedì 28 luglio, la direzione del Tirreno. L'azienda lo ringrazia per l'impegno e la passione con cui ha guidato nell'ultimo biennio il più importante giornale del Gruppo. Monestier torna alla guida del Messaggero Veneto, che aveva già diretto con successo dal 2012 al 2014, sostituendo Tommaso Cerno passato alla direzione del settimanale L'Espresso. L'incarico di direttore del Tirreno è assunto ad interim da Roberto Bernabò, che è il direttore editoriale dei giornali locali del Gruppo.

A Bernabò, che ha diretto Il Tirreno dal 2009 al 2014, un grazie anche per questo impegno e a tutta la redazione gli auguri di buon lavoro per consolidare Il Tirreno, su carta e digitale, come il mezzo più importante di informazione e relazione delle comunità toscane.

L’Editore.

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LE RISPOSTE CHE SERVONO ALLA TOSCANA - L'EDITORIALE di Omar Monestier

Da un viaggio troppo breve non si possono che ricavare suggestioni. Sono tuttavia bastevoli per abbozzare alcune valutazioni che spero di poter condividere con i cittadini del vasto territorio che il Tirreno racconta da più di un secolo. Con dieci edizioni, tredici redazioni e altrettanti siti, questo giornale è da sempre il miglior balcone dal quale affacciarsi sulle vicende della costa e del suo entroterra fino alle porte di Firenze.

Voglio menzionarle tutte, partendo da Livorno, il cuore della storia e il motore principale del Tirreno, inanellando poi le altre: Pisa, Massa Carrara, Viareggio, Lucca, Pistoia Montecatini Terme, Prato, Empoli, Pontedera, Cecina, Piombino, Elba e Grosseto. Tante e diverse fra loro, in grado di essere portavoce di comunità differenti per storia, tessuto sociale ed economico. Comunità egualmente colpite, e sovente stordite, dalla trasformazione imponente di questi anni, in un processo non ancora definito e ancor meno digerito dalle genti e dalla politica. Un moto tumultuoso che ha a che fare solo parzialmente con la crisi mondiale. Nelle realtà su cui opera il Tirreno si concentrano i processi di trasformazione più violenti del modello economico toscano e le sue implicazioni si stanno riverberando oramai da troppi anni sulle componenti della società senza che vi sia stata da parte della politica una capacità di reazione decisa e coerente.

Dal tessile al termale per arrivare al turismo e all'agricoltura fino alla grande industria siderurgica e manifatturiera, il territorio è attraversato da convulsioni che hanno necessità di un grande progetto regionale e statale d'insieme, accompagnato da una serie di micro attività tarate su ciascuna specifica emergenza. Ogni città grida il suo dolore in maniera differente (con l’esclusione di Lucca, salvata dal cartario) e allo stesso modo chiede attenzione alle municipalità, spesso distratte da risse di piccolo cabotaggio con i vicini, e alla Regione. Quest’ultima, nel suo ruolo di programmatore ed erogatore di fondi propri ed europei, può fare molto. Deve decidere, però, quali sono le priorità e smarcarsi dalla dittatura dei fiorentini. È un luogo comune e un alibi usurato ripetere che il capoluogo regionale non si cura dei territori più lontani. Non è per questo men vero. Come possiamo accettare che Firenze non comprenda, a esempio, che il porto di Livorno è la porta a mare della Toscana e di una buona parte dell'Italia nord occidentale? Che la Maremma non abbia ancora un collegamento decente a sud? Che la FiPiLi sia un saliscendi zeppo di autovelox che fanno felici le casse di ciò che rimane delle inutili Province? La parte terminale della principale via di comunicazione non a pagamento della Toscana nord occidentale finisce con una voragine. Un buco. Una oscena cavità aperta da anni e che separa Livorno dal litorale pisano. È un fatto che la dice lunga sulle relazioni di potere fra il centro e la sua povera periferia. E poco si devono beare pisani e livornesi quando scherzano fra loro sul fatto che meno comunicazioni ci sono fra le due città meglio è. , giacché è chiaro ormai che Pisa e Livorno hanno bisogno l'una dell'altra e che il loro futuro va scritto assieme. La città dei saperi e la città operaia. Due diversità che solo una certa liturgia vernacolare continua a narrare come distanti e incompatibili.

La costa è il problema della Toscana. È così evidente che il Consiglio regionale ha deciso di farci una commissione, sulla cui utilità nutro forti dubbi. Si tratta comunque di un segnale apprezzabile, un modo per obbligare Firenze a occuparsene. Il rischio che intravedo è che tutto si concluda dopo molte audizioni (per farsi dire quel che già si sapeva, ovvero che la costa annaspa) per infilarsi in progetti parolai così ben articolati che pochi sono in grado di capire per davvero, e che nessuno contesterà per non fare la figura di quel sovrano il quale si vestiva di un prezioso tessuto visibile solo ai sapienti. Il re girò nudo, come è noto, finché un’anima candida che non temeva di sembrare ignorante non ebbe l'ardire di gridare la verità.

La Toscana è la terra del buon vivere, dell'arte, della cultura. È anche il luogo delle occasioni mancate. Si crede che sia la terra che ha elevato al massimo fulgore il campanilismo. È un errore. Tutta l'Italia soffre dello stesso male. Da nord a sud questo Paese è arricchito dalle sue mille identità e non vanno cancellate. L'identità del campanile diventa una malattia quando la politica se ne impossessa per costruirvi sopra posizioni di rendita. Non si riesce a mettere insieme un Comune con l'altro, realtà che sono un tutt’uno non condividono servizi e risorse non perché sia impossibile, ma per piccole convenienze tribali. L'identità non è una amministrazione comunale, un consorzio fra sindaci, una società municipalizzata, una provincia (alcune sono del tutto innaturali, che ci fa Montecatini Terme con Pistoia?). Le nostre identità siamo noi, la nostra capacità di stare assieme. Saper cogliere le sfumature del vernacolo. Avvertire immediatamente la differenza fra un carrarino e un massese, sentire come i suoni si induriscono scendendo dalle Apuane alla Maremma, mangiare i tordelli a Lucca e il tortello a Grosseto. Non sono piccole cose. È il nostro mondo, fatto di tradizioni che nulla hanno a che fare con la separazione alla quale ci hanno costretto prassi amministrative politiche di comodo, ove si divideva il più possibile ogni comunità per potersi intestare un bacino elettorale, un ospedale da costruire, un finanziamento da elargire. Questo sistema è finito, imploso, corroso fino al midollo. Non si spiegherebbe altrimenti la confusione che regna fra le associazioni economiche regionali fino a prima condizionate dagli assetti provinciali. Oggi Confindustria Livorno si fonde con Massa e Carrara. La Camera di Commercio di Livorno vara l'alleanza con Grosseto. Gli industriali di Lucca, Pistoia e Prato si mettono assieme. È una geografia un po' sbalestrata che illustra, con i fatti, quel che la politica non vuol capire: bisogna ottimizzare le risorse, i progetti, pensare al futuro. L’identità è, soprattutto, il diritto dei cittadini a essere ben amministrati, rispettati nei propri bisogni e soddisfatti nell’erogazione dei servizi. Il tentativo di mettere a gara alcuni servizi (il trasporto pubblico), la fusione delle società che gestiscono acqua e rifiuti, la revisione dei canoni per le concessioni balneari sono stati accolti con grande resistenza, con la politica regionale balbettante davanti alle rivendicazioni delle lobby.

Non sono le risorse che ci mancano, sono le visioni. Questo è un compito che spetta alla classe dirigente, a quella regionale in primis. Non mi sfugge un avvertimento che mi fece il mio predecessore, Roberto Bernabò. Mi disse: la Regione non esiste. C'è l'istituzione ma la Toscana resta il luogo dei particolarismi, delle rivalità intestine fra città. È vero. Ma solo la Regione può indirizzare i territori e partecipare ai bandi europei che possono convogliare qui ingenti risorse finanziarie. Il presidente Enrico Rossi lo ha capito e ho apprezzato il suo vigore nell’immaginare una Toscana su due direttrici: una fortemente digitalizzata e innovativa, una improntata al recupero della vocazione industriale della costa. Pur concordando sull'importazione generale osservo, tuttavia, che la Silicon valley toscana è più uno slogan che una reale propensione a fare sistema e a offrirsi sulla scena mondiale come luogo dell'eccellenza della ricerca e della produzione. Non aiuta la presenza di tre Università e di due Scuole non in rete fra di loro se non su sporadiche iniziative. Non è una competenza della Regione, lo so. Il tema va tuttavia affrontato, pur se antipatico. Per quanto riguarda la grande industria voglio ricordare a Enrico Rossi che la sua giusta contrarietà alla deindustrializzare sta cozzando pesantemente con l’apatia del sistema imprenditoriale locale e nazionale. Di capitali se ne vedono pochi. In troppi vorrebbero salvare le aziende con i soldi degli altri, meglio se con denaro pubblico. Da Piombino e Massa pare che non vi sia che l'assistenzialismo statale per fornire benzina al motore della meccanica pesante e della siderurgia. Non è una idea vincente e, a Piombino in particolare, né l'impegno dello Stato né quello della Regione sono riusciti a garantire buon vento all'acciaieria. Servono imprenditori che vogliano fare business col lavoro e col mercato, non coi contributi pubblici. La Toscana non si è ancora liberata del tutto da un passato che guardava con favore alle partecipazioni statali come modello di sviluppo. Lo hanno fatto i fascisti prima, i comunisti poi. Ha funzionato, non funziona più.


Al presidente la costa è cara, deve continuare a occuparsene ispirandosi al modello Piaggio da lui realizzato a Pontedera. Dove la deindustrializzazione avanza bisogna avviare progetti di trasformazione che sappiano osare e che non si limitino al contenimento del danno. Il futuro di Enrico Rossi sarà altrove, non è più candidabile. Deve, però, portarsi in groppa quest'ultimo e fatale impegno che nessun altro ha mostrato di saper gestire fuori dalle dinamiche localiste.

Mi congedo dalla Toscana con la gioia di essermi misurato con una realtà straordinaria, dirigendo un giornale senza eguali per tradizione, importanza e complessità. Ho fatto quel che ho voluto nelle modalità che ho immaginato essere le più corrette nel rapporto coi lettori. Di ciò ringrazio il presidente del Gruppo l’Espresso, Carlo De Benedetti, la Finegil editoriale, il direttore editoriale che mi scelse, Luigi Vicinanza, e il suo successore Roberto Bernabò, al quale restituisco il timone che mi passò meno di due anni fa, e il consigliere delegato Raffaele Serrao.

Nulla mi sarebbe stato possibile se non avessi avuto una redazione meravigliosa e appassionata. Libera. Soprattutto libera. Capace di produrre giornalismo di qualità, sottraendosi all’imbarbarimento di temi e di toni che tante volte ho potuto osservare anche in Toscana, nello spregio delle più elementari regole deontologiche. Ringrazio il personale poligrafico e amministrativo, il centro stampa, la concessionaria Manzoni e tutti coloro cui sono ricorso per fare sempre meglio il Tirreno.

Grazie, soprattutto, ai lettori. La formidabile accoppiata digitale-cartaceo consente oggi di dire che il Tirreno non si è mai rivolto, per numero, a una comunità così ampia. E non intendiamo fermarci.

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