Il Tirreno

Livorno

Addio a Luciano Ciriello Livorno in 800mila foto

di Mauro Zucchelli
Addio a Luciano Ciriello Livorno in 800mila foto

Per quasi mezzo secolo è stato il fotografo del nostro giornale. Oggi i funerali

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Niente racconta meglio Luciano Ciriello che racconta la “sua” Livorno: il riferimeno è a un fattaccio di nera anni '60, uno qualsiasi, lite più coltellata. Un tale alza la mano con la lama sovrastando il rivale che è praticamente sconfitto a terra, non ricordo più se anch’egli brandisse un coltellaccio ma si capisce che sta quasi per essere finito. Non fosse che quest’istante è stato fissato sulla pellicola dal fotografo come se Ciriello si fosse infilato dentro la scena: giusto il tempo per catturarlo, bloccarlo per sempre. E eternizzarlo: perlomeno per la durata d'un giornale, sulle pagine della cronaca. Di quel giorno. Ogni giorno.

E siccome Ciriello – che si è spento a pochi giorni dal 92° compleanno – è stato per quasi mezzo secolo, dal dopoguerra fino a fine anni ’80, il fotoreporter del Tirreno/Telegrafo, ecco che le immagini di tutti questi anni sono una valanga, un oceano, un’infinità. Serve un numero per avere un’idea? Basti dire che, con una stima fatta quattro anni fa al momento di donare il fondo alla fototeca della Biblioteca Labronica, si parla di più di mezzo milione di scatti, forse quasi 800mila.

Per capirsi: ammesso che una foto sia una pagina, equivarrebbe da solo a un decimo dell’intero patrimonio di libri della Biblioteca. Senza contare che non di rado un bello scatto “parla” più di mille parole, lui che tirava fuori racconti dalla Rolleiflex, dalla Bessa della Voigtlander e soprattutto dalla Leica M4.

Come quando lì davanti alla Terrazza si spaccò in due una nave statunitense e a riva piombò una cuccagna di confezioni di tacchino. Come quando nella miseria dell’immediato dopoguerra la vetrina con un prosciutto divenne il simbolo della rinascita. Come quando per una tragedia a Castelnuovo Misericordia mise l’obiettivo sulla serratura per riuscire a dare ai lettori il senso di cos’era accaduto.

E lo stesso vale per le grandi sciagure aeree degli anni ’70: i parà della Folgore precipitati in mare al largo della Meloria, i cadetti dell’Accademia schiantati contro un costone del Monte Serra. Vale per la visita di papa Wojtyla nella città più “rossa”, vale per le retate nella Livorno “assediata” dai militari americani (e l’esibizione di Frank Sinatra o l’arrivo di Sophia Loren). Vale per la città che cambiava sotto i nostri occhi a colpi di palazzi da ricostruire, di “nobili interrompimenti” da digerire o di antiche residenze signorili come l’Attias da spianare in nome del cosiddetto sviluppo...

Bisognerebbe a questo punto citare due frasine doc di quelle scolpite nei secoli dai grandi maestri della fotografia: ad esempio, con Henri Cartier-Bresson («le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento») e con Robert Capa («se la foto non è buona vuol dire che non eri abbastanza vicino»). Ma forse per un “cronista per immagini” come Luciano Ciriello già dire “vicino” non era sufficiente: bisognava esserci “dentro”.

Sia chiaro, più che l’occasione di sciorinare filosofie, per Ciriello era il concretissimo scarpinare ovunque fosse necessario arrivare: anche perché – come racconterà in una lunga intervista al nipote Paolo, fotografo di gran talento pure lui, a corredo della mostra dedicata al nonno nel 2013 a Villa Fabbricotti – «un pezzo un giornalista se lo riscrive, ma il fotoreporter perde il momento la foto non la recupera più».

Altro che attimo fuggente, Luciano aveva confessato questa ossessione di riuscire a cogliere l’ “attimo scattante”. Al punto che in quell’intervista, quando era ormai in pensione da un quarto di secolo, spiegava che «sì, sogno spessissimo il giornale e il lavoro di fotografo». Ma un sogno ben preciso, l'esigenza assoluta di farsi trovare pronto: «Mi sogno che vado a fare le fotografie, ma mi casca l'obiettivo o la macchina e ciò mi impedisce di scattare il servizio». Aggiungendo poi: «L’imprevisto poteva accadere. Una volta per esempio ero al Cisternino e mi successe che non mi funzionava il flash: fermai 7-8 macchine per illuminare il soggetto e così riuscii a fotografarlo. Forse se avessi avuto la tecnologia di oggi avrei avuto meno ansia e forse non avrei fatto tutti questi i sogni»…

Lasciamo perdere tutta l'aneddotica tramandata dai tempi eroici: con il lenzuolo tenuto pronto nel bagagliaio dell’auto, come antidoto al rischio di arrivar tardi sulla scena di un incidente mortale e potersi inventarsi comunque un cadavere nascosto sotto il panno bianco pur di portare a casa la foto. Chissà a quanti di noi cronisti Luciano ha spiegato che lui aveva da lottare contro il tempo per arrivare sul posto, per dribblare gli sbarramenti che erano lì per impedirgli di fotografare, per correre di nuovo in redazione, per sviluppare il rullino in camera oscura magari di notte con le rotative che avevano “fame” di stampare alla svelta. E bastava che una sola di queste corse andasse storta, ed ecco il rischio del patatrac: col cuore in gola ogni volta. Come quella volta che allo stadio si spaccò una gamba perché la partita era appena finita e c'era da correre al palasport perché il match di basket «non aspetta mica me…».

Ma c’è una doppia immagine che contrassegna la vita di Luciano Ciriello. E, per un buffo caso del destino, lo vede dall’altra parte della barricata: per una volta, anzi due, non al di qua della macchina fotografica bensì al di là dell’obiettivo. Non è affatto casuale il riferimento a due eventi specifici: risalgono entrambi al 2002, vedono tutti e due come protagonista l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Nel giorno in cui il presidente visita il nostro giornale, è proprio Ciampi a rompere qualsiasi protocollo appena vede Ciriello. Erano amici da ragazzi, non c’era molta differenza di età e Ciriello lavorava nella bottega della famiglia Ciampi. Ecco che prima del discorso ufficiale, Ciampi si lascia scappare un saluto affettuoso: “O Ciriello, come stai?”. Sono passati cinquant’anni, il vecchio amico è diventato un pezzo grosso ma è come se fossero ancora ragazzi insieme ed è Ciampi ad andargli incontro per abbracciarlo. Capiterà qualche mese più tardi anche in un incontro al Quirinale con una delegazione dell'Unuci (ufficiali in congedo).

Oggi l’abbraccio a darglielo saranno gli amici, i parenti e quanti gli hanno voluto bene: si ritroveranno al cimitero della Misericordia alle 11,30 per accompagnare Luciano nell’ultimo viaggio.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web