Gioco
L’imperatore Gigi lascia il Palio e la guida del Venezia
Dopo più di trent’anni il presidentissimo fa un passo indietro per motivi di salute. La commovente lettera al mondo dei remi
LIVORNO. Il passo indietro lo ha fatto come è nel suo stile: da signore. Con una lettera consegnata ai rappresentanti delle istituzioni, ai volti del mondo del remo. E soprattutto agli amici del suo amato, amatissimo Venezia. La cantina che ha guidato, da presidente, per qualcosa come 36 anni. E che prima ancora ha vissuto da vogatore, da veneziano. Collezionando una serie infinita di successi. L’ultimo è solo di pochi giorni fa, quando il cavallino rosso si è portato in cantina il trentesimo Palio. Gigi Suardi ha dovuto sorridere dall’ospedale dove è stato ricoverato dopo il malore che lo ha colpito proprio su una barca, mentre il Venezia tagliava il traguardo della Risi’atori. E oggi, con una lunga lettera, “re Gigi” dice addio al Palio per motivi di salute e passa il timone della cantina rossobianca, che gli fu affidato nel 1980. A raccoglierlo sarà Angiolo "Nino" Lorenzini.
«Sulla mia esistenza futura - scrive senza filtri Suardi - i medici sono già stati chiari. Quando verrò dimesso, seppur guarito, non potrò più sopportare situazioni di stress anche leggere, preoccupazioni, assolutamente proibite le discussioni animate e le arrabbiature». Sale del Palio. «Insomma, dovrò, mio malgrado, abbandonare la vita attiva che ha caratterizzato tutti i miei anni, sin da quando seguivo “Ri'ottina” sui fossi dove ho vissuto la vita dei navicellai e dei facchini del porto, nonostante gli studi che mi condussero a insegnare all'Iti, per poi passare in Compagnia Portuale».
Le parole di Suardi sono una finestra sulla storia del remo e insieme della città. «Le gare remiere sono state, come per tutti voi - scrive al consiglio direttivo e all’assemblea dei soci del Venezia, ma anche al mondo del Palio - la mia passione, la passione di un veneziano autentico. Ricordo come fosse oggi l'impegno di uomini che si chiamarono Sirio Taddei detto Ciondolo, Bruno Barbieri chiamato Filea, fratello di Renato, conosciuto come Attao, Augusto Angella detto Niccolo, mio zio Marino Balleri, il Rosso, figlio di Mario lo Scarronzone, chiamato Ballero, che con Attao vinse l'argento alle Olimpiadi di Los Angeles nel '32, Angiocche Volpi, Manganello (Orlando Manteri) Edoardo Rondina, Settimo Ballucchi, poi Umberto Marconcini, Uccellino e molti altri legati per sempre al mio cuore e alla mia memoria».
Su tutti, «il maestro, quel Canzio Vivaldi, detto Pecchio. Fu lui ad ingaggiarmi nell'equipaggio che vinse il Palio del 1958, ma il mio inserimento a tutto campo avvenne l'anno successivo. Come vogatore vinsi la gara del 1961, il "Palio delle botte" mai assegnato, ma vinsi quello del 1963, presidente era Ughino Chiesa e le vittorie si susseguirono, com'è ben spiegato nel libro sul Venezia scritto da me e da Otellino».
Suardi è un fiume in piena di ricordi, a partire dalla «commozione del ritorno del gozzo rossobianco alla Tura». «La mia vita - scrive - è sempre stata legata alla cantina e alle gare remiere. Le ho vinte, come ho anche subito le sconfitte, come vogatore, timoniere e presidente del Venezia, ma nonostante la fatica, la durezza dell'impegno, spesso misconosciuto dalle amministrazioni comunali, così come per le altre cantine, negli anni il gozzo rossobianco del "Cavallino" si è imposto come esempio di scuola remiera, di formazione dei giovani alla voga, di vittorie inanellate una sull'altra come la grande affermazione nei trittici in tre anni consecutivi».
«In questi decenni - ricorda ancora - sono stati molti gli uomini succedutisi nella nostra cantina, amici indimenticabili come Dino Lorenzini, "Cammello", Ivo Baldi, Cesarino Gallinari detto "Tizzo", i miei cugino Nedo Suardi e Edilio Angella, "Buricchio" Vivaldi, lo stesso Luciano Politi, detto "Tru Tru". Una infinita galleria di volti, da quella di Vasco lacoponi e di Italo Piccini, agli attuali sponsor, come Lincoln Sgarallino, Rossano e Enio Lorenzini (con Ugo Grifoni), i vertici della Tdt. Senza dimenticare gli uomini, i fraterni amici, che oggi dirigono la cantina, impegnati con passione a compiere qualsiasi operazione, dalle più umili, alle più "specialistiche”: Venio Paoli, Emiliano Fanelli, Fausto Mazzoni, Angiolo "Nino" Lorenzini, Luigi Vettore, Bruno Piccini, Gino Corradi, Giovanni Vanni, mio figlio Federico detto "Ghigo", il grande maestro di tanti giovani che sono diventati il nerbo trainante del gozzo rossobianco, Mauro "Maurino" Brucioni, l’allenatore Fabrizio Pedani. Infine, la folla dei ragazzi, la loro incrollabile volontà, il loro fondersi con il Venezia, fino a rimanervi legati per sempre...». «Non posso continuare oltre, non posso nemmeno commuovermi, ma tutto questo ve l'ho scritto col cuore, per annunciarvi come la salute non possa più permettermi di essere l'onoratissimo presidente di una leggenda qual è il Venezia...».
«Questa lettera, la più amara della mia vita - conclude prima di ricordare l’amore per la moglie Tatiana, scomparsa, e la volontà di stare ora vicino ai figli, alla nipote e a tutta la famiglia - l'ho indirizzata anche al mondo del remo livornese. Perché nonostante l'essere avversari nelle gare, l'amore per la nostra città, per i fossi e il mare, il porto, l'amore per il Palio marinaro, poi per la Coppa Barontini e per la Risi' atori e la difesa ad oltranza delle nostre tradizioni, hanno stretto fra noi legami di indissolubile amicizia e stima, mai mancata, anche nelle più accese polemiche. Vi abbraccio tutti...».
(j.g.)
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