Gioco
«Era come essere finito dentro un film horror»
Diego Rossini, metà livornese e metà argentino, è il responsabile della cucina del ristorante assaltato dai terroristi islamisti nella zona chic di Dacca
LIVORNO. «Era come essere finiti dentro una pellicola horror». Ma quello che ha vissuto Diego Rossini non è un film: a Dacca l'esplosione delle granate, il fuoco incrociato delle mitragliatrici e le lame affilate dei machete hanno fatto una sfilza di vittime nel ristorante Holey Artisan Bakery O'Kitchen, locale chic che secondo Tripadvisor è anche il miglior forno artigianale della metropoli asiatica, a un passo dal cuore diplomatico di Dacca e, di fronte all'American International School, lungo le sponde del lago Gulsham. Holey è specializzato in cucina mediterranea, è frequentato da occidentali e dall'alta borghesia bengalese.
Diego – che del ristorante è responsabile della cucina – è metà argentino e metà italiano, ha conservato anche la cittadinanza italiana: la sua famiglia è originaria di Livorno. «È stato tremendo, ma posso dire che sono nato per la seconda volta», ha aggiunto parlando con i giornalisti: per singolare coincidenza del destino, proprio ieri era il suo compleanno, come spiega dagli schermi della tv sudamericana C5N. Una “torta” e 45 candeline dal significato tutto particolare, stavolta.
«Stavo preparando i miei tavoli e ho visto qualcuno cadere. Ho visto un tizio crollare nel giardino per i colpi. Ho pensato che erano terroristi». Dunque, era già abbastanza pesante il clima che si respirava nell’aria nella capitale del Bangladesh, una enorme metropoli da 15 milioni di abitanti: è come se da mesi ci si sentisse sotto tiro, come se l'eventualità di un attentato islamista fosse nei retropensieri soprattutto degli abitanti delle zone a più alta presenza di occidentali.
«Avevo un protocollo di sicurezza già dallo scorso anno – racconta lo chef livornese-argentino – così sono andato sulla terrazza. Eravamo una decina di persone, abbiamo piazzato i mobili davanti alla porta». Parlando con altri organi di informazione, spiega che «abbiamo passato tre ore nascosti in varie parti. Si è salvata la maggior parte di quelli che erano con me». E a un altro giornale: «Non potevano tenermi sotto il tiro delle loro armi, là dov’ero, nei pressi dei serbatoi dell’acqua. Quando eravamo nascosti lì pensavamo che i terroristi avrebbero fatto il loro blitz, compiuto la strage e se ne sarebbero andati. Invece hanno iniziato a cercare di sfondare la nostra porta…».
Rossini racconta ai cronisti che i protagonisti del blitz erano tutti giovani, «fra i venti e i trent’anni», avevano «pistole, fucili automatici e uno di loro aveva una borsa con le granate». E poi: «Ho sentito che uno di loro mi sparava contro, i colpi arrivavano vicino. Son saltato giù da una recinzioni, era alta quattro metri: ho cercato di afferrarmi a un albero, però sono caduto giù e sono rimasto bloccato».
Nel frattempo la polizia bengalese ha circondato il ristorante ed è entrata in azione la task force delle forze speciali dell’esercito: i poliziotti hanno tirato fuori il cuoco, che nella caduta si è fatto male: il trauma alla schiena è stato forte e c’è il timore che possa essersi danneggiato una vertebra.
«Ora sono tornato a vivere», dichiara Rossini ai mass media argentini, secondo quanto riportato dall’Ansa: «È stata una notte orribile, per fortuna sono salvo, hanno bombe, mitragliatrici, armi». Lo scampato pericolo si trasforma nella voglia di raccontare a tutti, moltiplica le parole nella bocca dello chef: «Sono riuscito a scappare in un terrazzo, – torna a ripetere – dove ho dovuto aspettare per un po’. Poi mi sono buttato in uno spazio tra il ristorante e l'edificio vicino: lì sono stato trovato dalla polizia, che stava cercando da dove entrare nel locale».
«Non sappiamo quante persone siano morte o vive. Ci sono molti stranieri, credo cercassero soprattutto noi. E' stato orribile, ho sentito come si muovevano intorno al ristorante», tiene a sottolineare Rossini nel faccia a faccia con gli inviati della stampa internazionale.
«Devo ringraziare l'Italia per come mi ha aiutato in una vicenda così dura», rincara la dose al telefono Rossini in un colloquio con l’agenzia Ansa.
Parlando dalla sede dell'ambasciata italiana, il cuoco ha confermato che «gli attaccanti cercavano unicamente i cittadini stranieri. Nel ristorante non c'era tantissima gente, ma c'erano vari clienti italiani». Di loro, ha ancora detto, «non posso dire nulla con certezza».
Il ristorante di Rossini ha meno clienti durante il Ramadan. «Se fossero venuti in un altro giorno avrebbero trovato più gente», dice lo chef: «Hanno trovato solo una venticinquina di clienti, inclusi alcuni italiani e qualche giapponese più il personale di servizio».
Lui ha alle spalle vent’anni di esperienza fra forchette, mestoli e fornelli: era emigrato dall’Argentina nel 2001 per via della durissima “cura da cavallo” per far uscire il Paese dalla drammatica crisi economica. Aveva scelto all’inizio del decennio scorso di creare un locale di punta in cucina internazionale in un Paese in via di sviluppo. Lo aveva dettop all’agenzia spagnola Efe nel dicembre scorso: «È una esperienza positiva, un cuoco deve considerarsi il proprio periodo di formazione come lungo tutta la vita. Venire in Asia offre vun know molto prezioso: impariamo molto sul curry e fare mix di sapori che potremo poi impiegare nella cucina europea o nell’uso delle spezie».
Ma ora è scosso: «Volevo diventare famoso cucinando piatti di pesce e frutti di mare per i miei clienti. Ma non posso continuare a rischiare la pelle. E il ristorante Holey – avverte amaro – era «un bersaglio perfetto», che «poteva esser attaccato da qualsiasi lato».
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