Gioco
Il bebè non respira, salvato in extremis dai soccorritori
Livorno, il piccolo ha appena 14 giorni e rischiava di soffocare. I confratelli della Misericordia: «Che gioia avercela fatta»
LIVORNO. Ha appena fatto la poppata della sera, ma il latte della mamma gli va di traverso: il piccino, appena 14 giorni, va in apnea e per alcuni minuti sembra che non respiri. La madre, nel panico totale, chiama i soccorsi. La squadra della Misericordia arriva in un baleno: fortuna vuole che l’ambulanza sia già in giro per la città e proprio nelle vicinanze di Fabbricotti, il quartiere da cui parte l’allarme. Ma gli attimi sembrano infiniti e il terrore traspare dallo sguardo disperato della donna, livornese sui 30 anni, che aspetta i soccorritori sul pianerottolo, in cima alle scale. Le cure sono immediate e il medico impiega solo pochi istanti per dare al piccino qualche pacca sulla schiena e liberarlo dall’apnea. Un respiro di sollievo che si traduce in un pianto liberatorio da parte dei genitori.
Una storia a lieto fine successa martedì 28 giugno in città. L’allarme al centralino del 118 è arrivato verso le 22.30. La mamma, con voce agitata, chiedeva aiuto per il suo bebè che non respirava più. «Stava prendendo il latte - dice - quando qualcosa è andato storto e ho avuto l’impressione, come se rischiasse di soffocare». Dalla centrale del 118 parte immediato l’allarme alla Misericordia di via Verdi. L’ambulanza, con a bordo una squadra di cinque persone - medico, autista e tre volontari, tra cui padre e figlia 17enne - in quel momento si trova in via Magenta: ha da poco terminato un intervento impegnativo per soccorrere una paziente psichiatrica. La nuova allerta viene dalla zona di Fabbricotti, che è a pochi isolati, e così in un batter d’occhio i volontari sono a casa del bimbo.
«Il palazzo non aveva l’ascensore – racconta Enrico, in squadra con la figlia – e ci siamo fatti 4 piani a piedi: gli scalini non finivano più. Sulle scale, fuori la porta, ci aspettava la mamma. Lei aveva il terrore negli occhi, era in crisi nera. Anche il babbo era un po’ agitato. La cosa positiva però è che i coniugi si sono fidati subito di noi e ci hanno affidato immediatamente il bimbo. A volte succede che i genitori siano molto in ansia e facciano fatica a mollare l’abbraccio di un figlio che ha bisogno di soccorso. In questo caso invece, per fortuna, è andato tutto liscio. Il nostro medico ha aiutato il bimbo a liberarsi dal latte che era gli rimasto di traverso, e in pochi istanti il piccino ha ripreso a respirare. Poi, per sicurezza, abbiamo portato il neonato in ospedale per accertamenti. E anche la madre è venuta in ambulanza con noi».
L’intervento si conclude con la donna in lacrime che abbraccia i volontari e con Enrico, confratello alto e robusto, che prende in braccio il bebè: «Era così piccolo che mi stava su un avambraccio! Una tenerezza infinita... Mia figlia s’è commossa alla vista di quello scricciolino, che sembrava ancora più minuto in braccio a me».
La sfumatura più bella della storia sta nella consapevolezza, da parte di chi dona una porzione della sua vita al volontariato, della gioia che deriva dalla gratuità di fare del bene, senza chiedere niente in cambio, se non uno sguardo di gratitudine o un abbraccio di ritrovata serenità.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
