Toscana
«Le vittime del Moby erano dei manichini», caos sull’ammiraglio
Alla presentazione del libro sulla tragedia, Loris Rispoli attacca Albanese dopo le parole in commissione Senato
LIVORNO. «L'ammiraglio Albanese ha chiamato le vittime del Moby Prince manichini. Mi sento offeso, vi prego di farglielo rimangiare». Sono parole di Loris Rispoli, presidente dell'associazione 140, intervenuto durante la presentazione del libro inchiesta di Elisabetta Arrighi "Moby Prince. Novemila giorni senza verità" alla Sala degli parlamentari della Biblioteca del Senato di Roma.
Un’audizione, quella dell'allora comandante della Capitaneria di Porto, che è andata in scena lo scorso 7 giugno durante i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sul più grande disastro della marineria civile italiana e la più grande strage sul lavoro: la collisione del traghetto commerciale Moby Prince con la petroliera Agip Abruzzo, ormeggiata nella rada del porto di Livorno, che ha causato 140 morti bruciati o asfissiati dal fumo, tutti a bordo del primo.
«Li ho visti, io, i manichini». Le parole dell'ammiraglio non sono sfuggite agli avvocati di parte civile e ai parenti delle vittime presenti all'incontro. Di «supponenza e arroganza?» nella ricostruzione dei fatti dell'ammiraglio parla l'avvocato Alfredo Galasso, curatore della prefazione dell'inchiesta di Arrighi.
Albanese, infatti, ha respinto con forza ogni responsabilità sulla carenza di organizzazione dei soccorsi (censurata, ma non punita dai magistrati).
«Se ce l'avete con me, quando io sono arrivato quelle persone erano morte già da dieci minuti», ha affermato, basandosi sulle perizie della magistratura - contraddette, però, dagli esperti di parte civile che allungherebbero la sopravvivenza a bordo del tempo necessario ai soccorsi - e sulle parole dell'unico superstite, Alessio Bertrand, il mozzo rimasto appeso a una ringhiera per quasi un'ora e salvato da due rimorchiatori in evidente stato di choc.
Albanese ricorda l'impossibilità di salire a bordo del traghetto nelle ore successive alla tragedia, per via delle lamerie arroventate. E definisce «acrobata» il rimorchiatore che è salito per primo sul traghetto. Poi, a domanda del senatore Uras sui corpi e sulle parti del traghetto non bruciate, l'ammiraglio risponde: «La gente non è morta mica tutta bruciata, è morta per asfissia. (...) Io li ho visti tutti quanti e, purtroppo, ho visto anche dei manichini, ho visto gente che non aveva più niente addosso». Dopo poco ribadisce: «Certo che molti sono bruciati, li ho visti io i manichini».
Un "castello di nebbia". Presto Albanese verrà richiamato dalla Commissione d'inchiesta del Senato, per rispondere in maniera più approfondita alle domande dei parlamentari. Che oggi, a distanza di 25 anni da quel 10 aprile 1991 cercano di ristabilire la verità storica più che quella giudiziaria, accertata già in due inchieste della magistratura e che vede come unico non assolto con formula piena Valentino Rolla, terzo ufficiale dell'Agip Abruzzo, che avrebbe dovuto azionare i fari per segnalare la posizione della petroliera nella nebbia, reato per cui all'epoca della sentenza di appello era già intervenuta la prescrizione.
Secondo Silvio Lai, presidente della commissione «alcune certezze della verità giudiziaria non sono chiare, in alcuni casi sembrano addirittura opposte». E non si tratta certo di verità di contorno: è in forte discussione, ad esempio, la presenza della nebbia, che la magistratura ha individuato come causa principale dell'incidente sulla base delle testimonianze dei marittimi dell'Agip Abruzzo e di Alessio Bertrand, il sopravvissuto del Moby.
«Tutta la costruzione giudiziaria - spiega ancora Lai - è basata sulla nebbia. Ma oltre a chi la afferma, ci sono testimonianze che la negano. È come un puzzle: ora il nostro compito è disarticolare i pezzi e poi ricostruire».
Il lavoro della commissione è improntato lungo tre direttrici: accertare la dinamica dell'incidente, stabilire il tempo di sopravvivenza a bordo e accertare che i soccorsi siano stati tempestivi. Si attende, in tempi brevi, la relazioni sui primi sei mesi di lavori.
Ristabilire la verità storica. Il materiale da visionare c'è ed è anche ingombrante: gli esperti di parte civile dello studio Bardazza hanno digitalizzato i 17 faldoni, oggi è contenuti in un archivio da 180 gigabyte.
«La gran parte di questa storia è già stata scritta - spiega Gabriele Bardazza - oggi si tratti separare i fatti dalle suggestioni, dagli elementi esterni che hanno solo sviato dalla verità».
Un lavoro che Arrighi ha il merito di fare nel suo libro discernendo, appunto, la cronaca dalle interpretazioni, i dubbi dai misteri. «Facendo quel lavoro di disarticolare e riarticolare il materiale già raccolto - spiega - si potrà arrivare ad una verità sui soccorsi, ma sul perché sia successa quella tragedia no. Ormai è tardi?».
Ma resta comunque la fondata speranza, espressa da Roberto Bernabò, direttore dei quotidiani Finegil, che la commissione arrivi ad «una verità storica più netta».
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