Il Tirreno

Livorno

«Il concordato non c’entra con la perdita da 4 milioni»

di Giulio Corsi
«Il concordato non c’entra con la perdita da 4 milioni»

Il cda scarica il buco sugli ex e nega che le svalutazioni siano legate alla procedura Ma a maggio scriveva: «Gli asset ristoreranno i creditori». E a marzo c’era un utile

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LIVORNO. «Il rinvio dell'udienza è stato disposto dal tribunale su espressa richiesta degli avvocati di due membri del collegio dei sindaci revisori, il presidente Francesco Carpano e il sindaco effettivo Patrizia Del Tredici. Tale posticipo conferma l'insussistenza dell'estrema urgenza che, invece, avrebbe dovuto legittimare il procedimento cautelare intrapreso». Così, in una nota, il consiglio di amministrazione di Aamps spiega il rinvio dell’udienza (slittata a ottobre) avvenuto lunedì al tribunale di Firenze, del procedimento in cui il collegio sindacale ha chiesto la rimozione dello stesso cda per una serie di gravi irregolarità.

In sostanza, dice il cda: sono stati Carpano e la Del Tredici a chiedere il rinvio, dunque dov’era tanta urgenza?

Una presa di posizione a cui Carpano risponde con fermezza: «Gli amministratori hanno presentato solo venerdì le 50 pagine delle loro memorie difensive e soltanto in formato cartaceo, una tempistica studiata apposta per non farcele leggere. Lunedì mattina abbiamo potuto vederle solo all’una, in udienza davanti al collegio. Non avevamo altra scelta che chiedere uno slittamento».

I tre membri del cda, Castelnuovo, Tolone e Petrone, nella nota, sottolineano che i propri legali hanno depositato le controdeduzioni nei tempi previsti. E nessuno infatti glielo ha mai contestato. E’ risultata palese tuttavia la legittima strategia difensiva di giocare sui tempi, in modo da indurre lo slittamento.

«Se l’avessero inviata venerdì in digitale avremmo potuto leggere la loro difesa nel fine settimana e controbattere subito - dice Carpano -. E invece l’hanno depositata appositamente solo in cartaceo per non metterci in condizione di esercitare la difesa. E’ stato inevitabile chiedere un rinvio in modo da poter leggere le loro tesi».

IL BILANCIO IN ROSSO CHI L’HA FATTO? Gli attriti tra cda e collegio insomma continuano. Mentre lo stesso cda, in un’altra nota, ha confermato l’anticipazione del Tirreno della maxi-perdita di 4 milioni di euro del bilancio 2015, prendendo però le distanze da quel rosso - in qualche modo attribuito a Di Gennaro e Iacomelli - e sottolineando che nessun legame c’è col concordato.

«E’ improprio accostare la procedura di concordato preventivo in continuità all'approvazione dei bilanci aziendali - scrivono Castelnuovo, Tolone e Petrone -. Il bilancio 2015 è stato sì redatto dall'attuale cda ma si riferisce a un periodo precedente alla propria gestione».

A MARZO IL BILANCIO ERA PIÙ UN MILIONE. Al Tirreno tuttavia risulta che una prima elaborazione fatta da Aamps del bilancio 2015 avesse chiuso i conti con oltre un milione di utile.

Come è possibile che quel “più” sia diventato un pesante “meno”?

Come avevamo scritto domenica, sono due gli elementi determinanti. Il primo è la svalutazione di parte del patrimonio: via Bandi (che perde circa un milione di valore) e Piattaforma Biscottino (che si dimezza, da 1.6 milioni a 800mila euro).

ASSET IN VENDITA PER IL CONCORDATO? Secondo il cda la svalutazione “non può essere accostata alle operazioni previste con il concordato preventivo in continuità aziendale. La cessione dell'immobile sito in via Bandi e della partecipazione nella "Piattaforma Biscottino SpA" - dice il cda - era già stata indicata dalle precedenti amministrazioni. In passato, però, erano state fatte valutazioni sull'effettivo valore molto più ottimistiche. Oggi, invece, si pensa - conformemente alla legge - di dismetterli con procedura sotto controllo giudiziario e, con maggiore realismo, le valutiamo a un valore prudenziale, pur auspicando di ricavarne cifre più importanti”.

Anche qui tuttavia c’è una contraddizione che il Tirreno evidenzia con gli atti alla mano. La prima riguarda il legame dismissione-concordato: è infatti scritto a pagina 195 del verbale del cda del 28 maggio che “a ristorare gli stralci inizialmente subiti dai creditori chirografari contribuiranno anche gli eventuli proventi derivanti dalla dismissione (entro la scadenza del piano di concordato) di asset no-core, l’immobile di via Bandi e la partecipazione azionaria in Biscottino”. Il legame dunque c’è, eccome.

BISCOTTINO: LA VENDITA ERA SOSPESA. A proposito del Biscottino va rilevato invece che è vero che l’amministrazione comunale aveva dato mandato nell’assemblea dei soci di Aamps del 23 maggio 2015 di procedere alla dismissione, ma è altrettanto vero che successivamente la Piattaforma era diventata strategica, come risulta dal piano industriale Iacomelli: al punto che il consiglio comunale del 31 luglio 2015 con deliberazione 209 ne sospendeva la dismissione nel piano operativo di razionalizzazione delle società e delle partecipazioni: “Tenuto conto che la società risulta essere proprietaria di un’area destinata a lavorazioni afferenti servizi di gestione rifiuti, l’amministrazione ha necessità di eseguire le opportune verifiche per definire la posizione di tale asset nella filiera produttiva prima di assumere una decisione in merito al mantenimento della partecipazione”. E quella deliberazione è ancora valida.

LE SPESE DEL CONCORATO. C’è poi il capitolo dei costi del concordato. Il cda conferma che le spese per le prestazioni dei professionisti impegnati nel concordato avranno un ammontare complessivo stimato intorno a 500mila euro (il Tirreno aveva parlato di circa 600mila euro), mentre per quanto riguarda “gli interessi di mora non hanno nulla a che vedere con il concordato ma con il semplice fatto che gli impegni assunti tra 2012 e 2015 non sono stati onorati nei tempi previsti”. Tra questi però ci sono anche i mutui non pagati a dicembre 2015 a Monte dei Paschi di Siena per mancanza di liquidità di Aamps e per la scelta del Comune di non iniettare il denaro necessario. Ma ci sono anche gli interessi sui debiti dell’azienda maturati da quando la scelta di andare al concordato (fine novembre 2015) ha impedito il pagamento del pregresso, facendo lievitare gli interessi sulle moratorie non rispettate e sulle altre forniture che venivano pagate ormai a 180 giorni (si tratta di pagamenti fermi da giugno 2015 in poi).

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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