Il Tirreno

Livorno

«Ho visto uccidere il mio amico davanti ai miei occhi»

di Lara Loreti
«Ho visto uccidere il mio amico davanti ai miei occhi»

Delitto per lo zucchero spacciato per coca, lo sfogo di Rincon Nuovi accertamenti al residence di Tirrenia: si cercano tracce

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LIVORNO. Rincon Fabian ha paura. Chiuso ormai da una settimana in una cella del carcere delle Sughere a Livorno, non trattiene i suoi timori e quelli che ormai sono diventati i suoi incubi: essere fatto fuori. Il dominicano di 33 anni, da anni residente a Livorno, dove ha gestito il circolo Rincon latino in via Ghelardi del Testa, al mercato, padre di 5 figli, è tormentato dal ricordo di quella giornata in cui ha visto sparare a Giuseppe Raucci. Era il 9 dicembre scorso, quando ha assistito all’omicidio del suo amico e collega d’affari, il pratese di 48 anni ucciso per la truffa dei tre chili di zucchero spacciati per cocaina, costati 35mila euro ai committenti. Un omicidio per cui sono stati arrestati due livornesi, Yuri Cambi e Carmine Balzano, e due calabresi residenti a Prato, Giovanni Zaccuri ed Emilio Tropea. Il gruppo calabro-livornese è nel mirino della magistratura sia per i traffici di droga sia per il delitto. «Sono messo in questa cosa, è successa davanti a me, questa cosa mi sta turbando, io ero lì», ha detto Rincon parlando con il fratello Santana Fabian, anche lui coinvolto nel traffico internazionale di droga e già in carcere a Pisa, per una precedente pena. Un concetto, quello della paura di Rincon di fare la stessa fine del suo amico Raucci, che torna a perseguitare il 33enne, oggi, alle Sughere. Ed è forse questo il motivo che lo ha spinto, l’altro giorno davanti al giudice, ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Come lui, hanno fatto anche gli altri arrestati, che sono rimasti in silenzio durante gli interrogatori di garanzia. Gli avvocati stanno ancora analizzando i documenti, ma alcuni hanno già presentato la richiesta al tribunale del Riesame di Firenze, di modificare la misura cautelare dalla detenzione in carcere ai domiciliari. È il caso dello stesso Rincon, che è rappresentato dall’avvocato del foro di Livorno, Nicola Giribaldi: «Ho presentato ricorso al Riesame, chiedendo una diversa misura cautelare per il mio cliente, cioè i domiciliari. Per il resto, mi astengo da commenti: in questa fase parlano le carte».

La posizione di Rincon non è facile: il sospetto degli investigatori è che lui, oltre ad essere parte attiva nel traffico internazionale di droga, accusa per cui è in carcere, possa essere coinvolto anche nel delitto Raucci. Per lui, parlare vuol dire esporsi rispetto al gruppo calabro-livornese. Non farlo, al contrario, potrebbe creare delle ombre rispetto alla sua posizione. Ma proprio le parole confidate al fratello in carcere dopo l’omicidio, intercettate dai carabinieri di Livorno nel corso dell’inchiesta ribattezzata “Akarius”, potrebbero scagionarlo.

Intanto procedono le indagini dei militari dell’Arma labronica e della finanza di Pisa sul delitto Raucci. Proprio in questi giorni, gli investigatori hanno chiesto alla magistratura di poter svolgere accertamenti irripetibili, legati all’analisi del Dna, nel residence di Tirrenia dove sarebbe avvenuto l’omicidio. Quel giorno, infatti, Raucci e Rincon furono chiamati a Tirrenia dal gruppo calabrolivornese con una scusa. “Venite che parliamo”. Ma per gli investigatori era una trappola, già preparata nei dettagli. Raucci fu messo in un’auto e portato via. E non è chiaro se il delitto sia avvenuto nel residence - che ora è sotto sequestro - oppure in un casolare non lontano dal litorale, sempre in zona Tirrenia. I nuovi accertamenti dei carabinieri sono volti a recuperare mozziconi di sigarette, tracce di sangue e tutto quanto possa essere utile a individuare impronte e parti di Dna utili alle indagini. Dopo il delitto, alcuni del gruppo calabro-livornese si recarono nel residence per una frettolosa pulizia, ma la speranza è che non tutte le tracce siano state cancellate.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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