Gioco
Mister Gas&Heat su Livorno: «Siamo sull’ottovolante della crisi Invece della paura, serve apertura»
Livorno, nella storia familiare ex Officine San Marco, l’amministratore delegato di Gas & Heat ritrova gli alti e bassi di guizzi da Champions e retrocessioni choc: «Smettiamola con la difesa dell’esistente»
LIVORNO. Niente rappresenta l'esistenza di una impresa industriale meglio di un ottovolante: soprattutto dopo la crisi choc iniziata nel 2008 dai mutui subprime e dal crac di Lehman Brothers. E niente la riassume meglio della parabola dell'azienda della famiglia Evangelisti.
Era nata come Officine San Marco dal mestiere che sentivano di avere “nelle mani” il padre Ivo e il socio Ferdinando Palandri, operai entrambi: con un tornio comprato con i soldi messi da parte per il viaggio di nozze. Poi la crescita al galoppo fino a un esercito di mille dipendenti a inizio anni '80, con cantieri ai quattro angoli del mappamondo («in Nigeria lavoravamo a quella che allora era la più grande centrale elettrica d'Africa»).
Altrettanto rapida è la fine: in pochissimo tempo quel gigante cresciuto all'estero ma senza la protezione dei potentati politici finisce per ruzzolare in un vortice di guai, di appalti sfumati d'un soffio. L'ex colosso dai piedi d'argilla viene rilevato dalla Deutsche Babcock, poi a metà anni ’90 un'altra svolta con un “manage- ment buy out”. Tradotto: la generazione successiva degli Evangelisti, con i fratelli Claudio e Mauro, in tandem con un socio triestino ricomprano la Ditta e ripartono daccapo.
Adesso la società si chiama “Gas & Heat”: cioè gas e calore, senza troppi fronzoli. Perché è sul business iniziale che si torna a concentrarsi: come quando babbo Ivo lavorava in Cantiere alla costruzione di caldaie o alla realizzazione di navi gasiere. Stavolta l'intervista resterà soprattutto all'interno del perimetro aziendale, e non è un caso: la Evangelisti story è il paradigma fra guizzi da Champions e rischi di ritrovarsi in Terza Categoria. Parola di Claudio Evangelisti, amministratore delegato di una industria da 50 addetti, quartier generale a Tombolo: «Le montagne russe non sono mica finite vent'anni fa. Avevamo una crescita misurata che credevamo solida…».
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È il solito refrain degli industriali italiani: all'improvviso la crisi post-2008 è venuta a bussarci alla porta…
«No, non ha mica bussato. E' stato proprio uno tsunami. E badi bene che non eravamo in crisi noi: ordini, clienti, prospettive. Avevamo tutto, solo che…».
Solo cosa?
«Ci siamo ritrovati a fare anche gli armatori. Non è stata una scelta ma una necessità: e dal dire al fare, neanche il tempo di prepararsi».
Cos'è accaduto?
«Un armatore ci ha detto che non avrebbe ritirato le navi che avevamo realizzato per lui, ed erano praticamente pronte. Non avevamo colpe: non contestava il nostro lavoro, semplicemente non era più nelle condizioni di reggere lui, e noi ci siamo ritrovati con due navi sul collo. Un incubo, vedersi allontanare l'ossigeno finanziario di un incasso che non ci sarebbe stato. Venderle? Ma quanto ci avremmo messo? Ecco che ci siamo inventati armatori: ora abbiamo quattro navi per il trasporto di gpl più una quota in una quinta che trasporta etilene, e le abbiamo noleggiate ad operatori».
Rischiavate di retrocedere.
«Altro che retrocessione, ci avrebbero sbattuti fuori dal campionato».
E senza neanche poter dare la colpa a Pinsoglio…
«Guardi che non è mica finita: un imprenditore comincia a retrocedere quando sta fermo, anzi quando cammina più piano di qualcun altro».
Pare una frasina da manualetto a uso di manager assertivi.
«Balle, e glielo dimostro in concreto. Siamo bravi a fare serbatoi criogenici e sistemi di carico per navi».
Bravi quanto?
«In Italia non c'è nessuno come noi, nel mondo c'è qualcuno ma interpreta l'idea di industria in modo del tutto diverso dal nostro. C'è Wartsila, un gigante scandinavo che qui a Livorno abbiamo conosciuto quando ha acquistato lo stabilimento Lips: ma in realtà opera come “general contractor” che poi affida a una galassia di satelliti gli spezzoni da realizzare. C'è un grande gruppo come Tge, che ha progressivamente visto crescere il proprio radicamento in Cina: è là che c'è il mercato, è là che ci sono i sussulti più forti nelle dinamiche di settore che potrebbero portare a aggregazioni con la regia (e la copertura finanziaria) delle autorità pubbliche cinesi».
Non ha ancora detto però cosa intende fare per non camminare più piano di questi colossi.
«In una parola: scendiamo a terra».
Smettete di creare impianti per navi e fare gli armatori?
«Nient'affatto. Ma abbiamo deciso di scommettere sullo sviluppo di una metà della nostra insegna: il gas».
E la discesa a terra, cosa c'entra?
«La Sardegna è senza metano perché ha un problema: come farcelo arrivare? Il gasdotto Galsi dall'Algeria con condutture sottomarine ha costi impossibili da sostenere. C'è una alternativa: una serie di depositi costieri. Ecco, insieme ai norvegesi di Stolt e ai modenesi di Cpl Concordia abbiamo presentato un progetto che riguarda l'area di Oristano: un impianto di stoccaggio a terra da 9mila metri cubi in grado di alimentare le industrie e le abitazioni del comprensorio».
Torniamo alla domanda-chiave: in serie C è retrocesso "il" Livorno (nel senso di squadra) o Livorno (nel senso di città tutta quanta)?
«Parlo da innamorato della maglia amaranto…».
Già ai tempi in cui dovevamo vedercela non con il Cagliari ma col Brescello o col Perignano?
«Prima ancora: quando la B ce la conquistammo con i gol di “Pecos Bill” Beppe Virgili: era il '63 e avevo dieci anni. Onore a Spinelli che ci ha fatto vedere un po' di discreto calcio e che ha commesso anche diversi errori. La passione che cova sotto la cenere è tanta: vale per il calcio, vale per il basket. Ma dobbiamo fare un bel mea culpa tutti quanti».
E perché?
«Credo che manchi un forte senso di coesione nella città. Ci sono imprenditori storici ma di nuovi ce ne sono pochi. Meglio più apertura, senza limitarsi alla difesa dello status quo. Faccio due esempi di controsensi: assurdo che il bel palasport di Porta a Terra ospiti solo sporadiche iniziative, incredibile che il bacino grande non sia sfruttato. Sono occasioni perse, gli investimenti in cose nuove potrebbero esserci. Ben venga la Darsena Europa, per ora invece c'è stata troppa difesa dell'esistente. Bisogna seminare la cultura imprenditoriale: è la base per creare opportunità di reddito. Ma senza scorciatoie…».
Tipo?
«La sbornia su crociere e turismo. D'accordissimo che il turismo cresca ma non abbiamo cultura dell'accoglienza. Viviamo in un posto che offre una bella qualità di vita e ne facciamo un bozzolo per stare al calduccio. Invece il mondo è grande e noi livornesi ci guardiamo troppo l'ombelico. Soprattutto in porto: troppo arroccato».
Eppure c'è stato un terremoto politico due anni fa…
«Invece che guardare il vertice, guardi la "pancia" della città: c'è una forte crisi della rappresentanza in qualunque campo. Il risultato? Un gran mugugnare senza costrutto, tanto rancore. E intanto non si affrontano le questioni nel merito con pragmatismo ma, al contrario, è come se si cercasse di far incastrare la realtà dentro griglie ideologiche».
Indichi la sua ricetta.
«Non ce l'ha nessuno. Non è sognare che torni il mondo ante-2008: non c'è più e stop. Non è neppure buttar via tutto. Una cosa è certa: dobbiamo avere una maggiore competitività perché avremo da fare i conti con una maggiore concorrenzialità. Detto questo, c'è bisogno che i protagonisti dell'economia pensino sì a far quadrare i propri conti ma anche ad avere un disegno che includa ricadute sulla città. A cominciare, diciamolo subito, dallo sport».
Ma come?
«L'idea ce la dà Reggio Emilia. Un pool di imprese dietro la squadra di basket che sta facendo miracoli: questa “comunità” è l'unico futuro possibile».
Forse mettendo insieme calcio e basket in un'unica società un po' tipo Cska, Real o Barcellona?
«Potrebbe essere il modo per un marchio Livorno dal forte senso di appartenenza...».
Tradotto: il Livorno ai livornesi? E guardando fuori dallo sport: guai a chi viene da fuori?
«L'appartenenza alla maglia non dipende da dove sei nato, e nemmeno la tua qualità: ce l'ha insegnato un signore che si chiama Protti. Credo che nessuno si permetterebbe mai anche solo di immaginare che, siccome è nato a Rimini, se ne stia alla larga».
Del resto, la sua azienda ha sede in terra pisana…
«Rinchiudersi non ha senso: non mancheranno mai gli sfottò campanilistici, però quando ragioniamo di sviluppo sarebbe meglio se facessimo squadra. Sono orgogliosamente livornese, e tuttavia ritengo una ricchezza lavorare qui a Pisa. Siamo sul canale dei Navicelli: armonizzare le esigenze di Pisa e quelle di Livorno potrebbe essere una sfida che fa crescere entrambi».
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